di
Salvatore Mannino

Il caso del disegno sulla Fonte di San Cerbone (Livorno) abbandonata da anni. L’artista vince contesa ma troppo tardi: la sua opera è stata rimossa

Ozmo, al secolo Gionata Gesi, uno dei più noti street artist italiani, non è un imbrattatore, tutt’altro: la sua opera, anzi, ha un importante valore culturale.

Parola del tribunale di Livorno che ha appena assolto l’artista dall’accusa di imbrattamento e deturpamento di un bene vincolato che gli era stata contestata anche in sede penale dopo l’intervento effettuato dal protagonista sulla Fonte di San Cerbone a Baratti, una delle località più affascinanti del comune di Piombino. Il fatto non sussiste, hanno stabilito i giudici, prosciogliendo Ozmo, originario di Lari (Pisa), classe 1975, con la formula più ampia, e chiudendo, almeno per il momento una disputa che andava avanti dal 2022, in sede giudiziaria ma anche nel dibattito pubblico: l’arte di strada è arte o no?



















































Il caso

Conviene ricapitolare i fatti. L’artista, che vive e lavora a Parigi, mette mano nella notte fra il 24 e il 25 giugno del 2022 alla fontana in rovina, disegnando due monete etrusche, raffiguranti la Medusa e ispirate al Tesoro di Baratti, conservato nel Museo della vicina Populonia, a lato del vano con il rubinetto. Che era in secco ma si riapre al fiume delle polemiche: siamo di fronte a un’opera d’arte oppure a un semplice atto di vandalismo?

Per questa seconda opzione si schiera la Sovrintendenza ai beni artistici, che addirittura ordina al Comune di Piombino di ripristinare lo status quo ante a spese proprie, tanto che i giornali locali titolano polemicamente: «Il ripristino lo pagano i piombinesi». Il sindaco del tempo, Francesco Ferrari, di centrosinistra, plaude invece a Ozmo: «Ha utilizzato una delle perle del territorio rileggendola in una chiave contemporanea: siamo orgogliosi che l’artista abbia scelto il nostro territorio e di certo non vogliamo rimuovere l’opera o muoverci legalmente nei suoi confronti, tutt’altro».

Ne nasce una querelle politica che approda in consiglio comunale e divide verticalmente destra e sinistra: la maggioranza approva una mozione sulla linea del primo cittadino, l’opposizione (anche i 5 stelle) parlano invece di «atto vandalico» e chiedono che la fontana venga riportata alle condizioni originarie. Intanto, la sovrintendenza ha passato le carte alla procura di Livorno, che apre un fascicolo per imbrattamento di beni culturali e affida le indagini ai carabinieri.

Poi, si sa come vanno le cose della giustizia, ossia al rallentatore. Fatto sta che dopo anni si arriva finalmente al processo, nel quale Ozmo rischia una condanna ad un anno o in alternativa un’ammenda fino a 38 mila euro. Ma ecco la sorpresa al momento della discussione in aula: è lo stesso Pm a chiedere l’assoluzione, poi decisa dal tribunale, anche sulla scorta della documentazione presentata dai difensori dell’artista, gli avvocati milanesi Giuseppe Iannaccone ed Emanuele Andreis.

I legali dimostrano carte alla mano che la medioevale Fonte di San Cerbone è andata distrutta da decenni e sostituita da una fontana non di pregio: dunque l’artista non ha alterato un bene vincolato. I giudici in sentenza vanno anche oltre: il collegamento con le monete etrusche del Museo di Populonia «attribuisce valore culturale all’opera, finalizzata a dare lustro e importanza a un bene con effetti incompatibili all’insudiciamento che sottende ai concetti di deturpamento o imbrattamento».

«La sentenza – commenta Ozmo – riconosce il valore culturale della mia arte e l’attenzione che metto in ogni intervento: è un precedente storico per l’arte pubblica nel Codice dei Beni Culturali. A tre anni dalla rimozione forzata dell’opera che avevo donato, però, la fontana della mia infanzia è di nuovo in abbandono, imbrattata di rosso da ignoti. Il paradosso è che chi
ha operato con intento culturale è stato processato e alla fine assolto con formula piena ma chi ha vandalizzato l’opera non è stato cercato».

Già, perchè c’è un’appendice: le monete dipinte dell’artista furono poi coperte con la vernice dai vandali, quelli veri, ridipinte da Ozmo e infine rimosse su disposizione della sovrintendenza, ora sconfitta in sede giudiziaria. Insomma, il verdetto arriva a opera giudicata d’arte vera che non esiste più. Un paradosso anche questo.


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20 maggio 2026 ( modifica il 20 maggio 2026 | 14:17)