di
Simone Golia

L’allenatore campione in Portogallo ad appena 37 anni: «Sembra che sia diventato biondo e alto due metri, ma sono lo stesso di prima. Futuro? Resto al Porto, ho anche già rinnovato»

Francesco Farioli ha il volto disteso, anche se l’agenda è fitta. In tanti lo stanno cercando in questi giorni, desiderosi di sapere segreti e aneddoti di questo ragazzo italiano di 37 anni che ha appena riportato il Porto a vincere il campionato in Portogallo.

Lei che l’anno prima aveva perso il titolo all’ultima giornata con l’Ajax...
«Nelle ultime cinque partite abbiamo fatto le nostre migliori prestazioni come occasioni create e concesse. A volte bisogna accettare le cose per come vanno. Ora che davanti a me c’è una coppa (la accarezza ndr) sembra che sia diventato biondo e alto due metri. In realtà sono la stessa persona di prima. E le dirò, credo che all’Ajax abbia lavorato perfino meglio di quanto abbia fatto qui».



















































Dopo le dimissioni all’Ajax in quanti l’hanno cercata?
«A marzo, quando la stagione in Olanda stava andando bene, lo hanno fatto in tanti. Dopo aver perso il titolo il cellulare ha smesso di squillare».

Offerte dall’Italia?

«Un paio, da parte di squadre che avrebbero lottato per rimanere in serie A. Poi è arrivato il Porto, che mi aveva già cercato a gennaio. Ho preso un caffè a Como con il presidente Villas Boas, sintonia immediata. Il club veniva da una delle stagioni peggiori della sua storia e lui ha scelto di ripartire da un allenatore giovane e reduce da una dolorosa sconfitta. È stato molto coraggioso».

Un anno dopo sono arrivate offerte migliori dall’Italia?
«Ho ricevuto molti messaggi di congratulazioni, devo ancora rispondere a tutti. Ma sul mio futuro ho già deciso: l’estate scorsa mi sono impegnato col Porto e a gennaio ho allungato il contratto di un altro anno».

Ha battuto il Benfica di Mourinho.

«Nel 2010, quando faceva il triplete con l’Inter, studiavo filosofia all’Università. L’empatia che ha saputo creare con quella squadra per me è l’essenza del calcio».

Vi siete sentiti?
«L’anno scorso, prima della partita decisiva di campionato con l’Ajax, mi mandò un vocale di due minuti. “Cerca di segnare subito per mettere pressione al Psv”, mi disse. Da lì ci siamo parlati altre volte, anche prima di firmare per il Porto, dove lui ha fatto la storia. Dei 30 minuti di conversazione, 25 li abbiamo dedicati alla città e alla sua gente».

Chivu ha vinto lo scudetto alla sua prima grande esperienza. Cosa ci insegna?
«Ha mandato un messaggio forte a tutto il sistema: competenza, leadership e qualità del lavoro non dipendono dall’età o dall’esperienza».

L’Italia lo ha capito?
«Il calcio moderno richiede energia, capacità di evolversi rapidamente, apertura mentale e coraggio nelle idee. Il nostro Paese ha bisogno di sentirsi più libero di aprire spazi al nuovo, senza vivere il cambiamento come una minaccia».

Le nostre squadre sono state un flop in Europa.
«Le competizioni sono diventate molto più aggressive in ritmo e pressione, servono rose lunghissime. Non credo che si tratti di una crisi tecnica o culturale irreversibile. Il calcio italiano continua ad avere qualità enormi. A volte il confine tra un’annata negativa e una grande stagione europea è molto più sottile di quanto sembri».

Più allenatore o manager?

«Mi rifaccio a Hegel: si parte da una tesi e da un’antitesi. Se entrambe sono ragionevoli e c’è un dialogo onesto, probabilmente uscirai dalla stanza con una tesi più ricca di quella con cui sei partito».

Vacanze?
«Tornerò in Italia, non lo faccio da un anno».

Non le manca?
«A Porto mi sento a casa. E poi mia figlia Lea a tre anni parla quasi tre lingue. Con l’inglese ha già una pronuncia migliore della mia».

Come ha salutato la squadra?
«La prossima stagione sarà più dura. Sono stato chiaro. “Se non sarete ancora più motivati”, allora è meglio se non vi ripresentate”».

21 maggio 2026