di
Rinaldo Frignani

Secondo l’ex capo di Stato maggiore della Difesa: «I problemi potrebbero riguardare le capacità di reazione dei Paesi baltici al confine con la Russia. Penso per esempio al corridoio di Suwalki, fra Polonia e Lituania»

«Cinquemila soldati in meno sul fronte europeo non sarebbero neanche un problema, ma è il significato politico della scelta americana che pesa come un macigno sul Vecchio Continente». Perché adesso «è in discussione anche la stessa applicazione, in caso di necessità, dell’articolo 5 della Nato. Il presidente Trump lo ha già detto in modo esplicito: non si sente vincolato da quel principio di difesa collettiva, per cui d’ora in poi dobbiamo imparare a contare su noi stessi». 

È uno scenario a tinte fosche quello che traccia il generale Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, esperto di geopolitica e di strategia militare, nonché consulente scientifico dell’Istituto di affari internazionali, all’indomani della conferma che gli Stati Uniti diminuiranno il loro contingente in Europa.




















































Cosa significa in termini politici?
«È la conferma del disinteresse di Trump per il nostro quadrante e noi dovremmo preoccuparci perché in passato non c’è mai stato un atteggiamento così drastico nei nostri confronti. È vero, altri presidenti, come Barack Obama, si sono lamentati per lo scarso impegno dei partner europei: ricordo ad esempio una sua intervista sull’Atlantic in cui accusava Gran Bretagna e Germania di non pagare il prezzo della loro difesa. Quindi le riserve americane su questo tema sono di lunga data, ma una formalizzazione così rapida di una riduzione dell’impegno in Europa è una novità assoluta».

E in termini pratici? Saranno solo 5 mila uomini?
«Mi verrebbe da dire: con Trump lo sapremo fra due settimane. Battute a parte, la tendenza è sicuramente quella di un disimpegno progressivo, ma dobbiamo capire quando e come sarà concretizzato. Di sicuro sarà qualcosa che dovrà indurci a riorganizzarci subito per non rimanere scoperti».

Nelle conclusioni dei Paesi Nato dopo l’accordo dell’Aia sull’aumento delle spese militari si parla della Russia come di una «minaccia a lungo termine». È così anche per gli Usa?

«Negli ultimi due documenti strategici nazionali di Washington, Mosca viene dipinta invece come un avversario con cui fare i conti, ma non necessariamente un nemico. E darei più credito alle considerazioni americane. Il fatto è che in Europa ci sono differenze fra i partner che i comunicati stampa di fine summit cercano di edulcorare: in quelli prossimi al confine russo — Baltici, Polonia, Finlandia, Svezia e anche Germania — c’è una seria preoccupazione. Per altri, come l’Italia, c’è una minore sensibilità. La Russia viene considerata una minaccia lontana. Ma lontano è un concetto relativo: il nostro confine dista dall’Ucraina meno di Trieste da Palermo».

Restando in Italia, se dovessimo essere interessati dal ritiro Usa, quali mancanze dovremmo coprire subito?
«In provincia di Vicenza c’è un reparto di paracadutisti (il 173° Airborne Brigade Combat Team insieme con il 207° Military intelligence brigade, ndr), ad Aviano invece uno stormo di cacciabombardieri, a volte implementato da altre specialità (il 31° Fighter Wing), ma a preoccuparmi è soprattutto Sigonella dove sono concentrati sistemi di sorveglianza e controllo sul Mediterraneo. Con la dismissione del nostro velivolo antisommergibile Atlantic, oggi ci ritroviamo con modelli Atr (il P-72A, ndr) che non hanno quelle capacità ma servono solo per la vigilanza aerea. Potremmo scoprirci vulnerabili in quel campo, anche se ritengo che gli Usa non rinunceranno al controllo sul Mediterraneo».

E a livello europeo cosa potrebbe succedere?
«I problemi potrebbero riguardare le capacità di reazione dei Paesi baltici al confine con la Russia. Penso al corridoio di Suwalki, fra Polonia e Lituania: una striscia di 60-70 chilometri (che collega anche la Bielorussia con l’exclave russa di Kaliningrad, ndr) che è una via di rifornimento che Mosca non avrebbe difficoltà a bloccare».

Ma il numero di soldati è ancora un problema concreto? Oppure è più importante il dominio tecnologico?
«Direi che i numeri hanno un’importanza relativa, se è vero che Putin ha messo in campo 700 mila uomini per spianare la strada verso Kiev e non c’è riuscito. Ma è anche vero che tutti i Paesi occidentali hanno difficoltà di reclutamento. In campo tecnologico invece c’è da valutare il ruolo dei non militari. Mi riferisco al controllo delle telecomunicazioni, che influisce anche sulla capacità di reazione sul campo, da parte di giganti come Starlink di Elon Musk. L’Europa ha varato il progetto Iris², ma il primo satellite — se tutto va bene — partirà solo nel 2030».


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21 maggio 2026