Maternità: il pericolo del mito della perfezione messo in evidenza da Michelle Pfeiffer

Quando si parla di «buona maternità», il rischio di cadere in una semplificazione è molto, molto alto. Oggi, infatti, la maternità viene spesso raccontata come una sfida da affrontare senza sbavature, quasi una performance da raggiungere. Ma la psicologia ci dice l’esatto contrario. Come spiega la dottoressa Elisa Stefanati, psicoterapeuta EMDR presso Poliambulatorio Aesthe Medica di Ferrara, «non esiste la madre perfetta, ma una madre sufficientemente presente, sufficientemente sintonizzata e capace di crescere insieme al proprio bambino anche come donna».

Riprendendo il pensiero del pediatra e psicoanalista Donald Winnicott, l’esperta ricorda che «una madre sufficientemente buona non è sempre adeguata, calma o disponibile, ma si dimostra una figura capace di rispondere ai bisogni del figlio in modo realistico, umano e imperfetto. Una madre che può sbagliare, stancarsi, cadere e poi riparare. Ed è proprio questa imperfezione tollerabile a insegnare al bambino che si può sbagliare, rialzarsi e ricominciare senza giudizio. Anche le teorie dell’attaccamento di John Bowlby e Mary Ainsworth mostrano che ciò che conta davvero per una madre non è aderire a uno stile ideale, ma offrire una base sicura, emotivamente affidabile, capace di accogliere e riparare gli inevitabili strappi quotidiani».

Il senso di colpa materno che non dà (quasi mai) tregua

Come sottolinea la dottoressa Beatrice Casoni, specialista in psichiatra presso Poliambulatorio Erresse di Ferrara, «il senso di colpa, in una certa misura, è un’emozione utile, perché segnala la distanza tra ciò che facciamo e ciò che riteniamo giusto. Ma nell’ambito della maternità può facilmente trasformarsi in un elemento eccessivo e disfunzionale, alimentato da aspettative culturali e ideali irrealistici di perfezione. Il problema non è il senso di colpa in sé, ma quando diventa pervasivo e non proporzionato alla realtà». In questi casi, osserva l’esperta, «la madre può diventare eccessivamente permissiva o iperdisponibile, con difficoltà nel porre limiti chiari e coerenti, fondamentali per lo sviluppo del bambino. Il rischio è anche quello di oscillare tra rigidità e indulgenza, generando nel figlio insicurezza, oppure di spostare l’attenzione da “di cosa ha bisogno mio figlio?” a “sono una buona madre?”, perdendo sintonizzazione emotiva. Anche il tentativo di evitare al figlio qualsiasi delusione o frustrazione può rivelarsi controproducente. Per paura di sentirsi una “cattiva madre”, alcune donne finiscono per evitare conflitti, regole o inevitabili momenti di frustrazione. Eppure, una frustrazione calibrata e proporzionata all’età è fondamentale per aiutare il bambino a sviluppare autonomia, tolleranza emotiva e capacità di adattamento». In linea con il pensiero di Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico già citato, va ribadito che «non è la perfezione materna a favorire uno sviluppo sano del figlio, quanto una presenza sufficientemente adeguata, una figura che è capace anche di sbagliare, riconoscere l’errore e riparare la relazione».