di
Monica Ricci Sargentini
Il video choc: gli arrestati messi in ginocchio, un uomo trascinato da due agenti. E il ministro di Netanyahu incita i soldati: «Ottimo lavoro»
Le immagini si aprono con una donna in piedi, indossa una maglietta verde, ha una benda nera sugli occhi e le mani legate dietro la schiena. È Cat, un’attivista irlandese della Global Sumud Flotilla. Intorno a lei ci sono agenti della sicurezza israeliana con il volto coperto. A un certo punto la giovane comincia a gridare: «Free, free Palestine». Fa appena in tempo a ripeterlo due volte che i soldati le si lanciano addosso. «Buona, buona», le dicono mentre la spingono verso il basso e la costringono a inginocchiarsi. In sottofondo si sente una voce che elogia gli agenti: «Ottimo lavoro».
Poi la telecamera si sposta e inquadra il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir che sorride soddisfatto. Nell’inquadratura successiva il leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit sventola una grande bandiera israeliana. Davanti a lui, sull’asfalto del porto di Ashdod, ci sono decine di attivisti della Global Sumud Flotilla inginocchiati, molti con le mani legate dietro la schiena, il volto rivolto verso terra. «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Sono i primi dodici secondi del filmato pubblicato ieri dallo stesso Ben-Gvir sul suo profilo X, che mostra l’arrivo ad Ashdod degli attivisti fermati dopo gli abbordaggi della Global Sumud Flotilla nel Mediterraneo orientale.
Nella scena successiva si vedono due agenti che trascinano un uomo prendendolo per la testa. «È così che deve essere», commenta una voce fuori campo mentre il ragazzo, con i capelli ricci, resta piegato in avanti con il volto rivolto verso il pavimento. Poco dopo la telecamera torna a inquadrare l’area all’aperto dove gli attivisti sono costretti a rimanere inginocchiati a terra sotto la sorveglianza dei soldati armati. In sottofondo, dagli altoparlanti, parte Hatikva, l’inno nazionale israeliano. La scena cambia ancora. A questo punto Ben-Gvir punta il dito verso un attivista: «Il popolo israeliano vive», gli dice due volte. L’uomo, ancora in ginocchio, sembra voler rispondere. Agita le mani legate come per chiedere di essere ascoltato, ma le sue parole restano incomprensibili.
Al secondo 27 la telecamera inquadra gli agenti della sicurezza che trascinano una ragazza recalcitrante e altre due donne che avanzano piegate in avanti, con grandi sacchi di plastica dietro la schiena. Subito dopo Ben-Gvir interviene di nuovo: «Non preoccupatevi per le grida, non preoccupatevi».
Pochi minuti dopo il ministro pubblica un secondo video su X, girato sempre nell’area del porto di Ashdod dove gli attivisti vengono trattenuti dopo gli abbordaggi nel Mediterraneo orientale. Stavolta Ben-Gvir parla direttamente alla telecamera mentre davanti a lui si vedono gli attivisti inginocchiati a terra. «Sono arrivati qui pieni di orgoglio, come grandi eroi. Guardate come sono ridotti ora, non eroi ma sostenitori del terrorismo», dice il volto soddisfatto. Poi aggiunge di voler chiedere al premier Benjamin Netanyahu: «Dateli a me per un tempo molto più lungo, mettiamoli nelle carceri dei terroristi, è lì che dovrebbero stare».
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Fuori dal centro di detenzione di Ashdod l’avvocata Miriem Azem aspetta notizie dai colleghi che stanno assistendo gli oltre 400 attivisti della Global Sumud Flotilla. «Di solito ci vogliono almeno dodici ore per parlare con tutti», dice. «Poi si capirà chi sarà espulso subito e chi verrà trattenuto». Intanto tra i familiari cresce la preoccupazione. Molti parenti continuano a seguire gli aggiornamenti attraverso i legali, senza riuscire ad avere contatti diretti con i propri cari.
Per chi ha già vissuto quell’esperienza, le immagini diffuse oggi non sono una sorpresa. Francesca Nardi, attivista italiana, ha partecipato alla missione di fine aprile. «Anche noi siamo stati costretti a stare per lunghissimo tempo in posizioni di stress, con la testa contro il pavimento e le mani dietro il collo», dice e aggiunge che durante la detenzione gli attivisti erano privati di documenti, oggetti personali e vestiti. «Molti di noi sono rimasti in maglietta».
20 maggio 2026 ( modifica il 21 maggio 2026 | 10:12)
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