Firenze, 21 maggio 2026 – Arresti cardiaci improvvisi in giovani apparentemente sani, spesso sportivi e senza alcun segnale clinico evidente, potrebbero avere origini finora sottostimate nella combinazione tra genetica e alterazioni strutturali del cuore. A indicarlo sono nuovi studi internazionali che mostrano come alcune mutazioni genetiche e la presenza di fibrosi del tessuto cardiaco — visibile esclusivamente attraverso la risonanza magnetica cardiaca con mezzo di contrasto — possano rappresentare indicatori precoci e decisivi del rischio di morte cardiaca improvvisa.

L'interno di una sala operatoria

L’interno di una sala operatoria

Le evidenze arrivano da tre ricerche coordinate dalla Società Italiana di Cardiologia e pubblicate su JAMA Cardiology, European Heart Journal e Journal of the American College of Cardiology: Heart Failure. Ai lavori ha partecipato anche l’Università di Firenze, all’interno di una più ampia rete internazionale. Nel complesso, gli studi ridisegnano il profilo di rischio delle aritmie fatali, mettendo in discussione il paradigma clinico tradizionale basato quasi esclusivamente sulla frazione di eiezione, cioè la capacità del cuore di pompare sangue.

Il limite dei parametri tradizionali e il ruolo della genetica

«La stima, peraltro grossolana, della funzione sistolica del ventricolo sinistro ha rappresentato per decenni il principale parametro nella valutazione del rischio di aritmie fatali – spiega Gianfranco Sinagra, presidente della Società Italiana di Cardiologia – ma oggi stiamo ampliando i criteri di valutazione introducendo nuovi indicatori. Esistono pazienti con mutazioni genetiche ad alto rischio che, pur avendo un cuore apparentemente normale, possono andare incontro ad aritmie letali senza alcun sintomo premonitore, mentre altri con una funzione cardiaca già compromessa possono non sviluppare eventi gravi. Questo significa che il solo parametro della capacità di pompa del cuore non è sufficiente a guidare le decisioni cliniche».

Stiamo ampliando i criteri di valutazione introducendo nuovi indicatori

Il primo filone di ricerca si concentra sul ruolo della genetica. Lo studio pubblicato su JAMA Cardiology ha analizzato 308 portatori di varianti della proteina Filamin C (FLNC), reclutati in 19 centri internazionali specializzati nelle cardiomiopatie. La proteina ha un ruolo strutturale essenziale nel mantenere la stabilità delle fibre muscolari durante la contrazione cardiaca: quando il gene presenta varianti “troncanti”, la proteina risulta incompleta o assente, rendendo le cellule cardiache più vulnerabili alle aritmie maligne.

«Un paziente può avere un cuore normale per dimensioni e funzione, ma restare comunque ad alto rischio di eventi fatali», sottolinea Sinagra, co-autore dello studio. In questo contesto, anche i criteri tradizionali basati sull’ecocardiografia mostrano limiti, perché non intercettano il rischio elettrico legato alla struttura cellulare.

Nuovi modelli di rischio e medicina di precisione

I dati del follow-up indicano inoltre una quota significativa di eventi: quasi un paziente su cinque ha presentato un evento maggiore, con un’incidenza particolarmente elevata nei primi mesi dopo la diagnosi. Sono state individuate cinque variabili chiave — età, sesso maschile, sincope, tachicardia ventricolare non sostenuta e frazione di eiezione — che, combinate, permettono di stimare il rischio individuale di aritmie nei successivi anni con maggiore precisione rispetto agli strumenti tradizionali.

Il secondo studio, pubblicato su European Heart Journal, approfondisce le cardiomiopatie non dilatate del ventricolo sinistro (NDLVC), una forma riconosciuta solo recentemente dalle linee guida europee. In questi pazienti il cuore può apparire normale all’ecocardiogramma, ma la risonanza magnetica evidenzia la presenza di fibrosi miocardica, cioè cicatrici nel tessuto cardiaco.

Su oltre 500 pazienti complessivi tra coorte principale e validazione europea, circa il 15% ha sviluppato eventi aritmici maggiori entro cinque anni. Da questi dati è stato costruito un nuovo sistema di stratificazione del rischio basato su sette parametri, capace di dividere i pazienti in quattro classi, con probabilità di eventi che vanno da meno del 5% fino a oltre il 40%, orientando così la decisione clinica sull’eventuale impianto di defibrillatore.

Si delinea un nuovo paradigma di medicina di previsione

Il terzo studio

Il terzo tassello arriva da JACC Heart Failure e riguarda il gene NEXN, che codifica per la proteina Nexilin. Le varianti di questo gene sono state associate a una possibile nuova forma di cardiomiopatia aritmogena, finora poco conosciuta. Lo studio, condotto in 12 centri internazionali e con la partecipazione anche delle università di Udine, Brescia, Firenze e Trieste, ha mostrato una frequenza significativamente maggiore di tali varianti nei pazienti affetti rispetto alla popolazione generale.

Anche in questo caso il quadro clinico può risultare ingannevole: cuore non dilatato, funzione solo lievemente ridotta e assenza di sintomi evidenti. Tuttavia, nella maggior parte dei casi analizzati è stata riscontrata un’estesa fibrosi miocardica e un rischio significativo di aritmie ventricolari nel follow-up.

Nel complesso, i tre studi convergono su una conclusione comune: la valutazione del rischio di morte cardiaca improvvisa nei giovani non può più basarsi su un singolo parametro funzionale, ma richiede un approccio integrato che combini genetica, imaging avanzato e storia clinica individuale.

«Si delinea un nuovo paradigma di medicina di precisione», conclude Sinagra, «in cui la prevenzione degli eventi fatali passa dall’integrazione tra dati genetici e caratteristiche strutturali del cuore, anche quando gli esami tradizionali risultano normali».