di
Andrea Laffranchi
Disponibile dal 22 maggio il 18esimo album solista «The Boys of Dungeon Lane»
L’obiettivo di chi scrive canzoni è renderle universali facendo smarrire a chi ascolta i riferimenti spazio-temporali. Le canzoni di «The Boys of Dungeon Lane», nuovo album di Paul McCartney disponibile da oggi, trovano la stessa universalità anche se la geolocalizzazione del racconto è chiara, siamo a Liverpool a partire dal titolo, così come la collocazione temporale, il Dopoguerra.
Sono quelle memorie in bianco e nero di cui canta in «Days We Left Behind», singolo che qualche settimana ha lanciato l’album. «Penso spesso “scrivi sempre del passato”, ma poi mi chiedo come si possa scrivere di altro. A meno che tu non sia uno scrittore di fantascienza. Quello che ha interessato sempre i grandi romanzieri, poeti e pittori, è qualcosa del passato», ha raccontato Paul.
Dungeon Lane è nella zona dove oggi sorge l’aeroporto di Liverpool e dove, ha ricordato McCartney, «da ragazzino mi allontanavo da casa, da solo, con il mio libricino sugli uccelli». Lì, sulle rive del fiume Mersey, «ho vissuto una fantastica esperienza di birdwatching e un’altra volta un paio di ragazzi mi hanno rapinato».
I ragazzi di Dungeons Lane sono questi teppistelli che lui denunciò, «ma anche io e i miei amici quando andavamo in bici laggiù: sono tutte persone legate a quel periodo».
Dall’album dei ricordi emergono anche John Lennon e, soprattutto George Harrison. Sono proprio Paul e George i due ragazzini che nelle atmosfere country di «Down South», girano in autostop e imparano a conoscersi.
«Pensare a me e George e a me e John che facevamo l’autostop prima dei Beatles, è un ricordo fantastico ed è bello scrivere di cose che ti fanno stare bene». Paul ha ricordato anche quanto lui, George e Ringo, ironizzassero sulle origini di John.
«Lui cantava “Working Class Hero” e io gli dicevo che era il meno working class di tutti noi. Ringo lo era veramente, io e George venivamo da Speke che è abbastanza popolare. Lui veniva da una zona più chic. Lo prendevamo sempre in giro».
E Ringo? C’è, c’è, addirittura nel primo duetto della loro carriera. In «Home to Us» si alternano nelle stofe per andare all’unisono. Guardacaso ha un suono che più beatlesiano non si può. È nata quando «Ringo è passato in studio e ha suonato un po’ la batteria».
Paul ci ha scritto attorno un brano su una Liverpool tutt’altro che idealizzata, ma cruda, grigia, insicura: «Parlo delle nostre origini. Di chi parte dal nulla e si costruisce da solo. Ringo era di Dingle, quartiere piuttosto malandato, ma noi non lo vedevamo così. La zona dove vivevo io era una piuttosto povera, ma non la pensavamo così. C’erano gli amici e così tanto da fare e da vivere che tutti quei posti malfamati erano comunque casa nostra».
Una tromba malinconica apre «Salesman Saint», ballad che cambia pelle e ritmo. Il venditore era il padre di Macca e la santa era mamma Mary: li si vede faticare sul fine della guerra con la voglia di andare avanti anche solo con un sorriso perché c’era poco altro a disposizione.
Non è un disco interamente legato al ricordo. «Ripples in a Pond», ha spiegato Paul, «è una canzone d’amore per Nancy» Shevell, la moglie. C’è della psichedelia anni 70 in «Mountain Top», quadro di un trip lisergico, la storia di «una ragazza che va a un festival tipo Coachella o Glastonbury».
Il disco si chiude con il pezzo più intimo «Momma Gets By», Beatles in purezza, ma non è autobiografica. Non tutto può essere geolocalizzato e datato.
La vede così l’ex Beatles: «La cosa bella della musica è che ti sorprende e ti trasporta in un luogo che ti fa stare bene. “The Boys of Dungeon Lane” è un titolo azzeccato perché indica un luogo in cui puoi andare».
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22 maggio 2026
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