di Cristiana Allievi
Il regista premio Oscar presenta a Cannes il docufilm John Lennon, The Last Interview
97 minuti da togliere il fiato, in cui si ha la sensazione di incontrare davvero, forse per la prima volta, John Lennon. Si sente l’ex Beatles parlare apertamente d’amore, politica, arte, cultura, spiritualità, notorietà, machismo. Si scopre che non ha mai votato in vita sua e che la musica è tornata a “invaderlo” dopo un viaggio con la famiglia sulle isole Bermuda. John Lennon, The Last Interview è il docufilm presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes fra le proiezioni speciali. Firmato dal regista premio Oscar Steven Soderbergh (Traffic, Ocean’s Eleven, Out of Sight, The Knick) e prodotto da Nancy Saslow, è un documento storico davanti al quale è impossibile non provare un brivido quando, dopo essere stati immersi a lungo nei discorsi ad alto tasso di ispirazione dell’ex Beatles, si capisce che verrà ucciso poco dopo. Il mondo ascolta le sue parole per la prima volta grazie all’audio integrale originale, montato su 1100 fotografie inedite che scorrono davanti agli occhi dello spettatore.
Il contesto storico
È l’8 dicembre 1980. John Lennon e Yoko Ono invitano una troupe radiofonica di San Francisco nel loro appartamento al Dakota Building, a New York, per un’intervista dedicata all’album appena uscito, Double Fantasy, già trainato dal successo del singolo (Just Like) Starting Over. In questa unica intervista rilasciata per l’uscita dell’album, Lennon annuncia il ritorno alla musica dopo cinque anni di assenza. Durante la lunga conversazione — circa due ore — Lennon condivide con straordinaria libertà le sue opinioni su tutto. Poche ore dopo, poco prima delle 23, Lennon viene assassinato da Mark David Chapman, all’età di 40 anni.
Abbiamo incontrato il regista Steven Soderbergh che, in questa intervista esclusiva per l’Italia, racconta tutto sul suo documentario.
Partiamo dalla struttura: in che modo ha lavorato alla scelta delle domande, alla loro sequenza e ai passaggi da mantenere?
«La prima sfida è stata capire come ridurre l’intervista completa a qualcosa di gestibile. Avevo più di 240 minuti di materiale originale e volevo arrivare a una versione che durasse meno di 90 minuti. Così ho iniziato a chiedermi cosa dovesse assolutamente sopravvivere».
Quali temi erano essenziali?
«Il modo in cui John e Yoko si sono conosciuti, l’ultimo periodo della loro vita insieme e la quotidianità con loro figlio Sean».
Una delle cose più belle del suo documentario è che finalmente si sente davvero parlare Yoko, di sé stessa, con la sua voce.
«I primi trenta minuti della registrazione erano quasi interamente suoi, li abbiamo ridotti a otto o nove minuti. Volevo che emergesse, per anni è stata raccontata dagli altri, spesso in modo molto violento, e nessuno la difendeva, tranne John. Successivamente ho girato le interviste ai giornalisti che avevano realizzato l’intervista originaria, una sorta di calce tra i mattoni del racconto».
Perché fare questo documentario adesso?
«Hanno conservato queste registrazioni per quarantacinque anni. Credo sentissero che, se questa intervista fosse tornata nel mondo, avrebbe dovuto farlo nel modo giusto: come un’opera realizzata da un artista su altri artisti».
Sean Lennon aveva mai ascoltato l’intervista completa?
«Non credo, non ha mai fatto commenti che facessero pensare il contrario. Aveva cinque anni quando è andata in onda la versione montata per la radio. Quando ha visto il film la prima volta, ha ascoltato molte di quelle parole di suo padre rivolte a lui, dev’essere stato molto strano soprattutto perché il padre parla continuamente di lui».
Come ha reagito alla visione del film?
«L’ha visto a New York insieme a Jonas Herbsman, un esecutore legale dell’eredità. Sembrava molto colpito e soprattutto felice del fatto che il film restituisse in modo autentico la relazione con suo padre e quello che rappresentavano i suoi genitori».
Sean aveva davvero la percezione di chi fossero i suoi genitori?
«Per quanto sia possibile in circostanze del genere, credo di sì. Ha vissuto ogni giorno con suo padre per tutti quei cinque anni, e c’è quel vecchio detto “Datemi un bambino fino ai cinque anni, e vi dirò chi sarà”. In questo caso credo sia molto vero».
Cosa le sembra abbia ereditato da John Lennon?
«È il risultato del tentativo di John di distruggere completamente l’immagine della rockstar. Sean non ha nulla di tutto questo dentro di sé, è un musicista, ha una band, e possiede la stessa immediatezza, la stessa autenticità che aveva John. Non c’è finzione, non c’è maschera sul suo volto».
Sapevo che l’intervista era vicina al momento della sua morte, ma non avevo capito quanto vicina.
«A un certo punto, mentre lavoravo sul film, mi sono ritrovato così coinvolto da quello che stavano dicendo da dimenticarmi il finale della storia. Poi, quando qualcuno entra nella stanza e dice “John, è ora di andare…”, un sussulto ti riporta improvvisamente alla realtà. Hai fatto questo viaggio insieme a loro, e capisci che quel viaggio sta finendo davvero, ed è devastante».
Yoko Ono si è mai sentita in colpa?
«Si, racconta di aver pensato che quell’uomo sembrasse profondamente instabile e di non essersi mai perdonata per non aver avvertito la sicurezza, non se l’è mai perdonato. Tutti noi abbiamo cercato di spiegarle che quell’uomo era in missione, e che fosse quel giorno, o quello dopo, lo avrebbe fatto comunque.
Lennon aveva sentito il bisogno di allontanarsi dalla musica, ed era appena tornato con entusiasmo.
«Penso sia stato uno dei primi esseri umani a sperimentare quel livello di fama, su quella scala».
È stato difficile trovare le bellissime immagini che si vedono nel documentario?
«Arriva tutto dall’archivio della famiglia, abbiamo trovato cose che nemmeno loro avevano mai visto. Non erano mai state davvero archiviate o osservate con attenzione».
La relazione fra Lennon e Yoko emerge in modo nuovo.
«Credo di aver davvero capito quella relazione, perché i due dovessero inevitabilmente incontrarsi. Avevano bisogno l’uno dell’altra, e per la prima volta credo abbiano pensato: “Sono innamorato di questa persona quanto lo sono della mia arte”. È stato un sentimento completamente nuovo».
La parte che ho trovato più intensa è quella chiamata “Lost Weekend”.
« John aveva già iniziato a mettere in discussione il mito della rockstar maschile, ma non ci era riuscito del tutto. E intanto tutti odiavano Yoko, mentre lui veniva perdonato per qualsiasi cosa».
Yoko ha una forza incredibile, gli dice: “Vattene, esci dalla mia vita, non voglio vederti”.
«Letteralmente: “Vai dall’altra parte del Paese”, perché non riusciva più a pensare con lucidità. Non riusciva più a lavorare, a vivere. Dopo un anno arriva a perdonarlo, dopo aver scavato abbastanza a fondo dentro di sé da capire che non poteva attribuire tutto soltanto a lui. Era cresciuto dentro una cultura e un’epoca precise, ed era diventato la persona più famosa del mondo a ventitré anni. Anche John, parlando di Yoko, dice che quando l’ha incontrata era un’artista povera, con un matrimonio fallito e un figlio. Era una donna radicale».
Dalle foto si comprende quanto sapessero vestirsi e costruire un’immagine.
«La prima cosa che ho chiesto a Sean dopo la proiezione è stata: “Quanto erano grandi gli armadi dei tuoi?”. Non indossavano mai gli stessi vestiti, erano molto fotografate e documentate».
Cosa ha risposto Sean sugli armadi dei suoi genitori?
«Che erano enormi, una stanza intera».
Perché ha usato l’intelligenza artificiale nel film?
«Per motivi di tempo e denaro, era l’unica scelta possibile. O facevamo così, oppure non riuscivamo a finire il film, stavamo finendo i soldi».
Questo documentario sembra quasi un primo vero incontro con John Lennon…
«Si è portato dietro la fama di uomo cinico, ma non lo era affatto. Era un realista, e questo significa che a volte parlava del comportamento umano in modi duri, ma era profondamente sincero e tutto ciò che diceva nasceva da compassione, speranza, ottimismo. Il suo era un pensiero costruttivo, non distruttivo».
Nel film colpisce anche il modo in cui parla dei politici e degli eroi che ci creaimo.
«Le sue domande erano “perché pretendiamo che certe persone siano migliori di noi?”, “E perché abbiamo bisogno di figure eroiche che ci guidino?”».
È interessante anche quando dice: “Non ho mai votato in vita mia”.
«Anche perché dopo dieci minuti di riflessione politica, ti aspetti tutt’altro».
Oggi molte popstar non prendono posizione pubblicamente.
«E perché dovrebbero farlo? La reazione che ricevono non nasce quasi mai in buona fede. Questa è la differenza rispetto ai tempi in cui parlava Lennon».
Anche il suo modo di parlare del femminile sembra molto avanti rispetto ai suoi tempi.
«Per quell’epoca era davvero molto avanti. Ma credo che lui stesso avrebbe detto: “Sto ancora cercando di evolvermi”. Lui e Yoko parlano continuamente di sé stessi come di un lavoro in corso».
Tornando sull’intelligenza artificiale, capisco il modo in cui l’ha usata, aveva finito il budget, serviva uno strumento per completare il film. Ma riesce anche a vedere il rischio che in futuro venga usata da subito, per tagliare costi e sostituire il lavoro umano?
«Rispondo in due modi. Il primo è che il mio criterio resta questo: “È necessaria? Ed è migliore?”. Se la risposta non è “sì” a entrambe le domande, allora non capisco perché usarla. Poi c’è una questione esistenziale più ampia, alla quale in questo momento non abbiamo ancora risposta: fino a che punto questa tecnologia verrà usata? E quale sarà la reazione del pubblico? Per me la cosa fondamentale è la trasparenza: bisogna dire apertamente quando e come si sta usando. Solo così potremo capire se questa direzione ci sta bene oppure no».
La paura legata a due parole – intelligenza artificiale – nasce da timori legittimi?
«Questa tecnologia entrerà inevitabilmente nell’ecosistema che influenza cultura, politica e guerre. Ma per me resterà sempre uno strumento, un pezzo di tecnologia. Personalmente non sono preoccupato, non credo arriveremo a un punto in cui l’intelligenza artificiale riuscirà davvero a sostituire l’esperienza umana del mondo».
Oggi metà dei video che passano sullo smartphone non sono reali.
«Ed è qui che tornano fondamentali trasparenza e intenzione. Bisogna chiedersi a cosa serve davvero questo strumento, e farne un buon uso».
La società co fondata da Cate Blanchett, la RSL Media, sta cercando di creare uno standard internazionale per l’uso dell’intelligenza artificiale.
«Per ora è l’unica iniziativa che ho visto che sembra costruita perché resti indipendente, e non appartenga completamente a qualcuno, vedremo. Serve una sorta di quadro etico condiviso».
È incuriosito dal progetto di Sam Mendes sui Beatles?
«L’idea di quattro punti di vista diversi intrecciati tra loro è incredibilmente ambiziosa.
Avere quattro personaggi, ciascuno al centro del proprio film, e poi sovrapporre tutto… Sarò in prima fila quando uscirà, il fatto che Sony stia pensando a qualcosa del genere – quattro film pensati come un grande evento cinematografico seriale, distribuiti uno dopo l’altro in tempi rapidi – è davvero interessante».
Ha mai pensato di fare lei un film sui Beatles?
«Mai. Esiste già abbastanza materiale su di loro da riempire una vita intera. A me interessa il comportamento umano, non la mitologia».
Qual è il cuore di questo documentario?
«Per me il film funziona quando John Lennon smette di essere John Lennon e diventa semplicemente un uomo che parla della sua vita, delle sue paure, degli errori, dell’amore, del lavoro, del figlio. È lì che il documentario diventa vivo».
E forse è proprio questo che colpisce di più guardandolo.
«Quando senti questa registrazione per così tanto tempo, senza interruzioni e senza qualcuno che ti dica cosa pensare, succede qualcosa: inizi semplicemente ad ascoltarlo. E ti rendi conto che era molto più vulnerabile, divertente, aperto e riflessivo di quanto l’immagine pubblica abbia lasciato percepire negli anni».
20 maggio 2026
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