Ci sono diversi livelli meta-narrativi, organizzati in scatole cinesi, nell’ultima opera di Pedro Almodóvar. Amarga Navidad è una riflessione sul processo creativo e sul rapporto tra la realtà e la finzione, in cui si parla anche di appropriazione: quella della vita delle persone da parte della finzione. Persone che finiscono, loro malgrado, per fungere da ispirazione, entrando a far parte dei film. È proprio quello che succede ad amici e conoscenti di Raúl, alter-ego di Almodóvar: infila le esistenze dei suoi amici e del suo compagno in una sceneggiatura che espone pubblicamente vicende intime e dolorose. Non a tutti fa piacere: in una scena, l’assistente di Raúl manifesta l’intenzione di impedire, con metodi leciti o illeciti, la conversione, in materiale per il cinema, di un lutto che ha vissuto personalmente. È una questione di tipo etico strettamente legata alla creazione: infatti se un autore beneficia del successo della sua opera, non si può dire lo stesso delle persone che vi sono menzionate. Un nome diverso non sempre basta.

Amarga Navidad inizia nell’anno 2006, con un temporale e un mal di testa insopportabile. La protagonista, Elsa, una regista con alle spalle molte pubblicità e un paio di film di culto, si reca al pronto soccorso accompagnata dal suo fidanzato Beau, un pompiere muscoloso che nel weekend lavora come spogliarellista. In ospedale, le somministrano un calmante e un antidolorifico, dimettendola senza formulare una diagnosi precisa: scoprirà, grazie a un’amica, di soffrire di attacchi di panico. Questa parte della storia è la rappresentazione della sceneggiatura (intitolata appunto Amarga Navidad) che Raúl, un regista in crisi creativa, sta scrivendo nel presente. Inserisce esperienze personali e tormenti nella figura di Elsa, suo alter-ego nel copione. Ma, insieme a Elsa, compaiono anche Patricia, Natalia e Bonifacio, ispirati alle storie di chi gli è vicino: la sceneggiatura di Raúl assomiglia a uno specchio deformante, ma è necessario renderla completa e appassionante.

amarga navidadpinterest

Warner Bros.

Amarga Navidad è due film in uno. Quello ambientato nel presente ha come protagonista Raúl, mentre il film ambientato nel passato è la rappresentazione della sceneggiatura a cui Raúl sta lavorando, la sceneggiatura tutta sballata di un regista in crisi creativa. Quindi anche il film che la racconta è sbagliato. Lo dice Mónica, l’assistente di Raúl, allo stesso Raúl: inizialmente, la storia di Amarga Navidad (la sceneggiatura) sembra focalizzata su un personaggio che esce di scena troppo presto, poi il discorso e il conflitto centrale del film cambiano improvvisamente, mentre il finale sembra appiccicato e coinvolge un personaggio che compare dal nulla in maniera scopertamente funzionale alla conclusione della storia. Ci sono anche altre cose che non tornano, pur non venendo nominate da Mónica: il ponte delle feste di Natale sembra troppo lungo, mentre l’ambientazione passa da Madrid a Lanzarote senza una ragione convincente. In questo modo, Almodóvar riesce a dirigere un film che si auto-denuncia incoerente, utilizzando la libertà che ne deriva a fini drammatici ed espressivi. Il racconto tratto dalla sceneggiatura di Raúl ha un andamento erratico, a braccio, confuso. Paradossalmente, non sembra basato su una sceneggiatura: assomiglia a una divagazione che non deve tenere conto di nessuna logica interna.

Amarga Navidad parte bene, ma si complica troppo

Amarga Navidad parte bene, la scena dell’ospedale è un’apertura coinvolgente, dotata di senso del mistero e di umorismo (Elsa dovrà spiegare a una dottoressa che un cult movie non ha nulla a che fare con una setta religiosa). Non capita spesso di vedere sul grande schermo una dinamica di coppia così opposta rispetto agli stereotipi di genere quanto quella tra Elsa e Beau: Elsa è quella ricca, Beau è quello giovane, inoltre è così bello da sembrare il ragazzo-trofeo di una professionista colta e affermata. Beau accudisce Elsa, lei lo pianta in asso fuggendo a Lanzarote e smettendo di rispondere alle telefonate di lui, che prima tenta di recuperare il rapporto, poi inizia a lamentarsi.

Amarga Navidad finisce per disperdere il suo potenziale emotivo in mille discorsi e specchiature, livelli meta-narrativi e aggiunte. Concedendosi tutta la libertà possibile, si dimentica dello spettatore, anche se i fan di Almodóvar potranno trovare un’auto-analisi del regista a tratti dolente: come quando a Raúl viene detto di rilassarsi e godersi i premi, avendo ormai girato i suoi film più importanti.

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Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).