di
Massimiliano Nerozzi
I bianconeri potrebbero cambiare il terzo amministratore delegato in tre anni. Johan Elkann riflette e agirà dopo il derby. Chiellini unico punto fermo
Tira aria di triplete, alla Continassa, ma di «anno zero»: faticosamente issato al comando e frettolosamente cestinato Cristiano Giuntoli, rischia di fare la stessa fine Damien Comolli, uno chiamato per cambiare la grammatica (dei numeri) e mica solo il racconto, alla Juve arriverebbe il terzo boss in tre anni. E a voler fare il conto delle investiture supreme, con il francese siamo al terzo amministratore delegato in un quinquennio, dopo i due Maurizi, Arrivabene e Scanavino, a contenere danni collaterali (da bilanci e inchieste). Prozac e paturnie da Zamparini, mica da Madama. Un rebus che John Elkann, pensieroso azionista di maggioranza, risolverà dopo il derby di domenica, proprio adesso che, trascinato dall’entusiasmo dei figli, sembrava mai così affezionato alla squadra. A occhio, bene che vada, la giurisdizione di Comolli ne uscirà per lo meno ridimensionata.
Oramai si ricomincia, si ricomincia sempre, alla Juve, come fosse «Il libro di sabbia» di Borges: dove non c’è una prima pagina ma neppure l’ultima, di una crisi che, a differenza delle altre stagioni, rischia di lasciare i bianconeri fuori dalla Champions e il caveau orfano degli incassi dei Paperoni. Un down da quasi cento milioni di euro, con le relative ripercussioni sullo shopping estivo, tra ridotto plafond della carta di credito e minor appeal per i campioni da importare (Bernardo Silva e compagnia). Il problema è che, nel caso, la rivoluzione sarà per forza sistemica visto che Comolli — comprensibilmente — ha cercato di mettere mano a tutti i settori del club, dalle finanze alle ripartenze.
Tra uomini di fiducia (Modesto) e compromessi: Tudor prima, Spalletti ora. Segnali sparsi, qua e là: «I numeri portano sulla cattiva strada, meglio non guardarli e valutare il comportamento reale dei calciatori», disse una volta l’allenatore. Con un principale impegnato a scrutare gli sport americani e, da sempre, sedotto da Moneyball. Questioni di mercato, anche: «Quando sono venuto ad allenare la Juve ho chiesto una sola cosa: un centravanti fisico. Ma non siamo riusciti a trovarlo, non sono io che faccio il mercato» (ancora Spalletti). Che, va da sé, ha grandi meriti — ridato un gioco credibile e risollevato calciatori — ma che, alla fine, è stato risucchiato dal moulinex della quotidianità, e dei risultati.
Un po’ come accadde a Thiago Motta, quasi d’improvviso: fuori dalla Champions, fuori dalla Coppa Italia, con le riserve dell’Empoli, che non è poi troppo diverso del buttarsi via con il Verona già retrocesso: in entrambi i casi, una verguenza. Soprattutto: quasi tutte cannate le partite da «ora o mai più». Colpa imperitura dei giocatori, ma, se pure di pressione e concentrazione s’è discusso, anche il tecnico avrebbe potuto ritoccare il copione.
L’unico punto fermo è Giorgio Chiellini, che ha feeling (e filo diretto) con Elkann, e resta centrale nell’idea del rilancio: bisognerà vedere con quali coordinate operative. Per poter supportare l’area sportiva, pur senza avere l’ossessione di dirigerla. È un ruolo e un discorso complesso, come l’annodare i rapporti con l’allenatore e tenere quelli con la squadra. Sdrucciolevoli quelli di Comolli, con i giocatori — ai quali ha ricordato le responsabilità (giustamente) — e con gran parte dei dipendenti della società. Anche per un banale capo d’accusa: se ne sta sempre chiuso nel suo ufficio. Poca empatia che, banalmente, traspare pure dall’italiano quasi mai esibito, ai livelli di Schumacher. Con la differenza che Schumi vinceva (e comunque l’italiano lo sapeva).
Non a caso, fu di Chiello l’intuizione di Spalletti, dopo che l’ad (e Modesto) avevano fatto un sondaggio per Palladino. Una diversa sensibilità che si rispecchia anche nella scelta dei giocatori, tra algoritmi ed esperienza. Come dire: meno Openda, più Kalulu.
Pianificare il destino per tempo era stata la buona idea di Elkann: rinnovare Spalletti, quando la Champions era solo un obiettivo (pur vicino) e non una chimera; perché da qualche parte bisogna pure cominciare. Se non vuoi sempre ri-cominciare. E Lucio, in questa dissestata stagione, è sicuramente la miglior cosa capitata alla Continassa. Tutto perfetto, tranne i risultati, da far riflettere pure il tecnico, davanti a una saga che pare uscita da un romanzo americano degli anni Ottanta (Strade blu): «Il futuro non è un posto migliore, ma solo un posto diverso».
22 maggio 2026
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