di
Gian Guido Vecchi

Il cardinale, patriarca di Gerusalemme: «Non sono semplicemente scene di tensione: rivelano un clima, un modo di guardare l’altro che si è progressivamente deteriorato»

Eminenza, è rimasto sorpreso dal video di Ben-Gvir tra gli attivisti della Flotilla?
«Le immagini della Flotilla non sorprendono del tutto chi conosce da vicino questa terra, ma ogni volta feriscono, perché mostrano qualcosa che va oltre il singolo episodio. Non sono semplicemente scene di tensione: rivelano un clima, un modo di guardare l’altro che si è progressivamente deteriorato. È questo, forse, l’aspetto più preoccupante: non tanto il fatto in sé, quanto ciò che lo rende possibile».

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, guiderà domani pomeriggio la Veglia di Pentecoste, una preghiera per la pace nella chiesa del convento salesiano di Ratisbonne. La situazione è un po’ migliorata rispetto a quando non potè celebrare la Domenica delle Palme: «Con il cessate il fuoco il Santo Sepolcro è aperto e non ci sono restrizioni, anche se il clima in generale resta teso in certe parti della città». 



















































Lei ha parlato di «cultura del disprezzo». Che cos’è?
«Quando parliamo di “cultura del disprezzo” non ci riferiamo solo a espressioni estreme o a gesti clamorosi. Il disprezzo è un atteggiamento diffuso, spesso silenzioso, che si insinua nel linguaggio quotidiano, nelle semplificazioni, nella riduzione dell’altro a caricatura o secondo stereotipi. Nasce quando si smette di vedere nell’altro una persona concreta, con un volto e una storia, e lo si trasforma in un simbolo, in un nemico indistinto. È una forma di impoverimento umano e spirituale prima ancora che politico».

Gli estremisti ci sono sempre stati, ma forse non hanno mai avuto tanto peso. Che cosa li ha favoriti?
«Gli estremismi trovano terreno fertile proprio in questo contesto. Non sono una novità nella storia, ma oggi sembrano avere una forza e una visibilità maggiori. Questo accade perché intercettano paure reali, profonde, spesso giustificate da esperienze di violenza, di insicurezza, di perdita. La paura, quando non trova parole adeguate e spazi di elaborazione, tende a irrigidirsi e a cercare risposte semplici, nette, immediate. L’estremismo offre proprio questo: chiarezze apparenti, identità forti, nemici ben definiti. Ma c’è anche un altro elemento, meno evidente e forse più radicale: la stanchezza».

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La società civile israeliana ha gli anticorpi per reagire?
«Dopo anni di conflitto, di tensioni non risolte, di attese frustrate, le società rischiano di smarrire la capacità di immaginare un futuro diverso. E quando la speranza si affievolisce, cresce la tentazione di chiudersi, di difendersi, persino di indurirsi. In questo senso, il disprezzo è spesso il volto esterno di una delusione profonda. Da qui nasce la sensazione che certe derive possano diventare distruttive anche dall’interno. Ogni società vive della fiducia che le persone hanno le une nelle altre e del riconoscimento reciproco. Quando questo tessuto si lacera, non è solo la convivenza a essere minacciata, ma l’identità stessa della comunità. Il rischio, allora, non viene solo dai nemici dichiarati, ma dalla progressiva erosione dei legami interni. Tuttavia, sarebbe ingiusto e impreciso fermarsi a questa lettura».

C’è altro?
«Esistono, anche se spesso non fanno notizia, energie diverse. Ci sono persone, gruppi, realtà educative, religiose e civili che continuano a credere nella possibilità dell’incontro, che lavorano quotidianamente per mantenere aperti spazi di dialogo. Sono presenze discrete, talvolta fragili, ma reali. E rappresentano un patrimonio importante, un argine silenzioso contro la deriva del disprezzo».

Dall’esterno non si vedono grandi relazioni, in verità, salvo poche élites come intellettuali e scrittori…
«Sì, dall’esterno tutto questo si vede poco. Prevalgono le immagini della contrapposizione, mentre le relazioni appaiono limitate a cerchie ristrette. Questo alimenta la percezione di isolamento, quasi di accerchiamento, che a sua volta rafforza le dinamiche di chiusura. È un circolo difficile da spezzare, perché ogni parte tende a confermare le paure dell’altra».

Ci sono rimedi possibili?
«Non esistono soluzioni immediate. Ma una strada possibile consiste nel tornare a uno sguardo più realistico e più umano sulla realtà, senza negarne la complessità e le ferite, ma senza nemmeno cedere alla logica della contrapposizione permanente. Significa, in concreto, ricostruire lentamente relazioni, custodire il valore della parola, educarsi a riconoscere nell’altro non solo una minaccia ma una presenza con cui fare i conti».

Quanto ci vorrà?
«È un lavoro lungo, che non produce risultati immediati e che raramente attira l’attenzione. Eppure è forse l’unico capace di incidere davvero. Perché la cultura del disprezzo non si combatte solo con decisioni politiche o misure di sicurezza, ma con una trasformazione più profonda dello sguardo e del modo di abitare la realtà. In una terra come questa, segnata da una densità unica di storia, di fede e di conflitti, questo compito è insieme più difficile e più necessario. Non si tratta di ingenuità, ma di responsabilità: scegliere, ogni giorno, di non lasciare che il disprezzo abbia l’ultima parola».


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22 maggio 2026 ( modifica il 22 maggio 2026 | 08:37)