di
Stefano Arosio

Da Bergamo alla Bicocca: «Monica esperta, valutavamo un progetto insieme. Il gas trimix nelle bombole a volte contribuisce all’eccitazione»

«Conoscevo Monica Montefalcone e sappiamo tutti che ha sempre lavorato bene. Sulle interpretazioni di quanto accaduto, mi limito a portare rispetto e ad attendere a mia volta delle spiegazioni». Jacopo Gobbato compirà 33 anni fra pochi giorni nella sua Seriate. È nato a Bergamo ma le Maldive sono la sua terra d’adozione: è lì che in qualità di ricercatore dell’Università di Milano Bicocca effettua il suo lavoro di ricerca e monitoraggio della barriera corallina, nel Marhe Center di Magoodhoo, sull’atollo di Faafu.
La tragedia dei cinque sub italiani morti durante un’immersione in grotta nelle acque dell’Oceano Indiano l’ha toccato da vicino. E non solo per la conoscenza diretta con la ricercatrice dell’Università di Genova, ma anche per l’immedesimazione con l’attività che lui stesso svolge. Un’attività comune anche a molti altri bergamaschi, tanto che «nell’ultimo workshop universitario sull’atollo erano in 6 o 7, su una ventina di presenti. E sì, quanto accaduto in profondità per certi versi ha analogie con i pericoli che si possono correre in quota, su una ferrata delle nostre montagne».

La conferma arriva da Davide Seveso, che per l’Università Bicocca è professore associato di Ecologia marina e tra i primissimi a inaugurare il centro di ricerca. «Ogni anno portiamo una sessantina di studenti alle Maldive a studiare barriera corallina e popolazione ittica. Un terzo di questi studenti sono della Bergamasca», commenta il docente, che moltiplica il calcolo per i 15 anni di stage già effettuati per conteggiare quanti dalla provincia orobica abbiano conosciuto quei mari su cui oggi si piange la vita di 5 sub. Proprio i mari in cui a sua volta ha conosciuto Monica Montefalcone, docente dell’Università di Genova, e la ricercatrice piemontese Muriel Oddenino. Entrambe morte nella grotta sommersa nell’atollo di Vaavu. 



















































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«Con Monica ci siamo sentiti via messaggio due giorni prima della tragedia — spiega Seveso —. C’era in programma di lavorare a un progetto lì alle Maldive. Già nel 2021 avevamo collaborato a uno studio nelle acque di Portofino. Monica era una persona estremamente competente, con alle spalle numerose pubblicazioni scientifiche, ma innanzitutto una donna solare», la descrive Seveso, che quelle acque dell’Oceano Indiano le conosce estremamente bene e con pinne e maschera le frequenta almeno 4 volte l’anno per lavori di ricerca tra i 20 e i 30 giorni l’uno. «Sarei dovuto essere lì sia a marzo che ad aprile, ma l’interruzione dei voli via Qatar per le incertezze in Medioriente hanno posticipato la mia partenza», spiega. Di quei voli, alcuni sono stati condivisi proprio con Montefalcone. «La notizia di questa tragedia è stata un fulmine a ciel sereno, non solo per il fatto di esserci sentiti solo poche ore prima. Del resto, il nostro “mondo” è piccolo, come sanno anche i tanti studenti che arrivano da Bergamo e Provincia a frequentare i nostri stage di Ecologia marina tropicale al Marhe Center: si finisce per conoscersi tutti».

Difficile anche per Seveso, però, riuscire a tradurre in termini razionali la tragedia costata la vita ai 5 sub: «La premessa è che non si può sapere esattamente quali siano state le cause di quanto successo. Ma conosco quella grotta e posso confermare che entrarvi richiede un’attrezzatura specifica e particolari precauzioni. Dal classico filo d’Arianna per recuperare la via del ritorno all’accortezza di lasciare dei segni, come delle torce accese, che consentano di recuperare facilmente la via d’uscita. Non so se loro l’avessero, non credo sia un dettaglio emerso, sin qui. Il primo ambiente di questa grotta è particolarmente grande, andare oltre è effettivamente complicato. Anche le miscele per scendere a quelle profondità sono particolari: ci si aggiunga che in un ambiente oscuro è anche normale avere maggiore adrenalina e consumare di più. È proprio l’adrenalina a volte a spingerti là dove sarebbe sconsigliabile andare e il trimix, la miscela di gas delle bombole, in certi casi contribuisce a questi stati di eccitazione. Se poi capita di non ritrovare la strada e subentra il panico, si può finire per agitarsi, sollevare sabbia e incontrare ulteriori difficoltà. Ma queste sono tutte supposizioni, mentre la sola certezza è un’altra: quanto è accaduto è stato un dolore per tutti».


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22 maggio 2026 ( modifica il 22 maggio 2026 | 08:35)