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Asia Argento non si nasconde. Mai. «Pensavo che non sarei più venuta a Cannes dopo il discorso del 2018, quando denunciai la violenza da parte di Harvey Weinstein…». E invece no, è tornata con un film che piace: Death has no master, la morte non ha padrone. A La Repubblica ha confessato che «dopo gli applausi, non sono andata alla festa. Tornata in camera, mi sono fatta un piantarello e poi a letto».


APPROFONDIMENTI

La denuncia su Weinstein

Troppo forte l’emozione di ritornare.

Tornare dopo una sacrosanta denuncia. «Da kamikaze: mi sono fatta esplodere nella Mecca del cinema. Ai tempi mi sembrava giusto, stavo male da mesi. Ne ho pagato le conseguenze». Poi ricorda che «l’unico che mi strinse la mano fu Spike Lee, attraversò la sala per venirmi incontro. Per gli altri ero un’appestata». Un periodo difficile in cui «mi sono sentita un fallimento. Dopo il discorso a Cannes non mi chiamava più nessuno. Questo film mi ha dimostrato che ho ancora delle cartucce. Ho imparato a volare basso, mi sento una lavoratrice che ha ancora qualcosa da raccontare».I problemi economici

Anni in cui ha avuto anche problemi economici: «È brutto dirlo, ma la mia fortuna economica sono stati gli scandali. Parlare in tv mi ha mantenuto negli anni in cui non c’era lavoro».

Nel film lei è una donna italo-venezuelana che reclama la piantagione ereditata dal padre, cacciando i lavoratori che sono lì sul posto e ci vivono. «Per mesi – racconta ancora a La Rep -ho letto il copione in modo ossessivo, ascoltando musica venezuelana anni 70. E mi sono anche ammalata. Dimagrivo troppo, ero uno straccio, ho preso l’ameba due volte. Ma da anni non avevo l’opportunità di un ruolo così. Ho detto: ho solo un proiettile, non posso mancare il bersaglio». Sul set «ho pensato a mia madre», dice anche. «In una scena improvvisata dico al padre “ti piaceva picchiarmi”, ma pensavo a mia madre. Per fare questo lavoro bisogna andare a pescare dentro il proprio dolore».

Il padre

E suo padre Dario Argento? «Con papà non abbiamo un rapporto idilliaco. Ci vogliamo bene, ma non siamo la famiglia del Mulino bianco. Abbiamo mischiato troppo lavoro e vita».


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