di
Greta Privitera

I media sauditi: «Revoca delle sanzioni in modo graduale»

Quando Al Arabiya pubblica i termini dell’accordo in esclusiva, per un momento sembra che la guerra sia davvero vicina alla fine. Si tratta del memorandum d’intesa su cui Repubblica islamica e Stati Uniti starebbero lavorando con la mediazione del Pakistan. Il testo, secondo l’emittente saudita, prevede un cessate il fuoco immediato, completo e incondizionato su tutti i fronti, terra mare e aria, con l’impegno reciproco a non colpire infrastrutture militari, civili o economiche. Garantisce la libertà di navigazione nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz e nel Golfo dell’Oman, istituisce un meccanismo comune per monitorare l’attuazione. Stabilisce che i negoziati sulle questioni in sospeso inizino entro sette giorni e che la revoca delle sanzioni americane avvenga in modo graduale, in cambio del rispetto iraniano dei termini concordati. L’accordo entrerebbe in vigore dopo l’annuncio ufficiale di entrambe le parti.

Poi la stampa americana aggiunge pezzi e il quadro si fa ancora più complicato, anche se nessuno conferma. Le concessioni della Casa Bianca sarebbero significative: Washington offrirebbe un ingente fondo economico per i danni subiti dall’Iran, deroghe immediate sulle esportazioni di petrolio, lo sblocco progressivo dei fondi congelati, la revoca di tutte le sanzioni americane dopo un accordo definitivo. Un pacchetto che sarebbe pensato per dare a Teheran abbastanza da tornare al tavolo, senza perdere la faccia. Ma la cautela è d’obbligo. 



















































La questione che conta di più, l’arricchimento dell’uranio e la rimozione del materiale già arricchito al 60 per cento, viene rimandata a una fase successiva, con l’Iran che si impegna genericamente a non sviluppare mai un’arma nucleare. Come, quando e in cambio di cosa, resta da definire. Il fossato tra le due parti su questo punto è abissale e ben noto. Trump ricorda quotidianamente che non permetterà «alcun arricchimento» e che vuole l’uranio già arricchito negli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi risponde sempre che l’Iran continuerà ad arricchire «con o senza un’intesa» e, due giorni fa, Mojtaba Khamenei ha chiarito: «Le scorte restano qui».

La Casa Bianca non commenta i movimenti diplomatici febbrili di ieri, Marco Rubio semina qualche parola di speranza qua e là. Ma, dall’altra parte del tavolo, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei non si smuove di un millimetro e non usa un linguaggio di chi sta per firmare. Teheran vuole un’intesa su tutti i fronti, Libano compreso, e considera le azioni militari americane a Hormuz «pirateria».
Ed è qui che l’entusiasmo dei mediatori comincia a fare i conti con la realtà. Jason Brodsky, analista di United Against Nuclear Iran, ci dice che «gli slanci vengono più da chi negozia che dalle parti stesse». Secondo lui, Pakistan, Qatar e i Paesi del Golfo «stanno cercando di dare la sensazione che qualcosa sia possibile, per evitare uno scontro». Un funzionario americano descrive le trattative «estenuanti». Le bozze vengono scambiate ogni giorno senza grandi progressi. Vale poi la pena ricordare, aggiunge Brodsky, che quello di cui si parla è un memorandum che aprirebbe la strada a ulteriori negoziati: siamo ai colloqui sui colloqui. E in questo, conclude amaro, «il regime iraniano è specializzato».

 Una fonte vicina a Trump racconta di un presidente sempre più frustrato. Ieri, su Truth, lui stesso ha scritto che nel weekend non andrà al matrimonio del figlio ma resterà a Washington «per circostanze legate al mio ruolo di governo».
Teheran è lenta, anzi lentissima, e il presidente americano è uomo da risultati immediati. «Non avrà pazienza per le tattiche dilatorie degli ayatollah», conclude Brodsky. Molti esperti concordano però, che, prima o poi, sarà costretto ad accettare la frustrante realtà: oggi non è più possibile imporre all’Iran le sue volontà. Né sul nucleare, né su Hormuz.

22 maggio 2026