di
Paolo Mereghetti
Accade con Kore-eda o Farhadi: i registi si fanno affascinare (troppo) dalla loro intelligenza, finendo per perdere il rapporto empatico con lo spettatore
Del senno di poi saranno piene le fosse, ma in un festival tritatutto come quello di Cannes, dove il ritmo del lavoro (visione del film e immediatamente dopo recensione con stellette) non ti lascia mai il tempo per una riflessione pacata, ripensare a quello che si è visto può aiutare. Per esempio per sottolineare quella tendenza «cartesiana» (leggi: intellettual-dimostrativa) che ha accomunato molti dei (bei) film visti in concorso.
Cerco di spiegarmi: di fronte a Histoires paralleles di Farhadi o Sheep in the Box di Kore-eda, a una prima visione si resta ammirati dalla sapienza narrativa con cui i due registi hanno costruito la loro rete di rapporti e di legami. Il passaggio dalla finzione alla realtà nel primo, con i tre rumoristi che prima prendono forma sulla pagina scritta e poi si rivelano per quello che sono nella vita vera o, nel secondo, la complessa personalità di un bambino-robot capace di smontare le speranze dei genitori costringendoli a fare i conti con la realtà e non solo con i desideri, mi hanno entrambi affascinato. Tutti e due i registi affrontano di petto temi con cui dobbiamo fare i conti — il voyeurismo e la forza della finzione, l’intelligenza artificiale e i suoi rischi — ma a qualche giorno di distanza cercheresti invano un po’ di empatia con i loro protagonisti.
Come succede anche per Mungiu e Fjord: la lucidità con cui mette in scena lo scontro tra un’Europa troppo sicura delle proprie conquiste e un’altra legata a valori tradizionali diventa sullo schermo una partita a scacchi tra due maestri, ma è solo questo quello che vogliamo? Viene il dubbio, col senno di poi, che questi registi (e non sono certo i soli) si siano fatti in qualche modo affascinare dalla loro stessa «intelligenza» e dal bisogno di obbedire all’incalzante logica che guida le loro storie, e tutto questo a detrimento di quello che ti fa appassionare e prendere parte al film con il cuore e non solo con l’intelligenza. Cosa che per esempio non succede con Amarga Navidad di Almodóvar, con El ser querido di Sorogoyen o con il pur rigoroso Fatherland di Pawlikowski dove le scelte di regia sono sempre accompagnate da un cuore che batte e ti riscalda. E che alla fine te li fa ricordare con un piacere maggiore.
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21 maggio 2026 ( modifica il 22 maggio 2026 | 10:20)
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