Continua ad essere “il fattore tempo” la più grande leva di pressione sull’inflazione un po’ in tutto il mondo. La chiusura di Hormuz sta lasciando il segno sui prezzi dei beni alimentari dopo tre mesi di quotazioni surriscaldate dell’energia (il Brent a +41% e il gas Ue a +56% rispetto ai valori pre-guerra) – lo dicono i numeri – ma ancora devono far sentire tutti i suoi effetti, dicono gli economisti, sia nel breve che nel lungo periodo. Non solo perché se anche si riaprisse oggi il passaggio più ricco al mondo per petrolio, gas, fertilizzanti e prodotti petrolchimici, ci vorrebbero mesi per ripristinare i flussi. Con il petrolio che rimarrebbe a quota 90 dollari al barile fino a fine anno (rispetto ai 103 di ieri), dicono gli esperti di AcomeA Sgr. Ma anche perché le pressioni sulle catene di approvvigionamento non accennano ad allentarsi. Anzi, stanno aumentando. E dopo choc di questo tipo – il Covid insegna – ci vuole almeno un anno perché si senta l’impatto di picco sull’inflazione globale, stando anche a quanto sottolineato in questa settimana da un’analisi di Bloomberg Economics.
EFFETTI A RILASCIO LENTO
Oltre a petrolio e prodotti raffinati, il Golfo fornisce in tempi normali circa il 30% delle materie prime agricole mondiali (fertilizzanti, urea, ammoniaca) e il 70-80% della nafta destinata all’Asia. Tanto che la fermata di grandi impianti chimici in Indonesia, Singapore e Corea sta innescando tensioni nelle filiere globali di plastiche, packaging, tessili, farmaceutici ed elettronica. Mentre l’Europa deve fare i conti con il 60% del jet fuel che importava dal Golfo (oltre a una dose di Gnl), con l’aumento notevole rincaro dei noli marittimi, e più in generale con l’impennata dei prezzi. Si tratta di pressioni non irrilevanti. E a differenza dell’aggiustamento immediato per il prezzo del carburante, certe pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo. Ne va tenuto conto.

Se poi lo Stretto rimanesse chiuso, in uno scenario da “crisi permanente”, il rischio al rialzo è potenzialmente illimitato per gli analisti. Con lo Stretto bloccato, sottolinea AcomeA Sgr, le alternative di offerta sono marginali e le scorte commerciali in progressiva erosione, lasciando il prezzo come unico strumento disponibile per riequilibrare domanda e offerta. Il prezzo del greggio potrebbe salire fino a 120 dollari albarile tra luglio e agosto e a 150 dollari in autunno. Senza contare che in questo contesto di stress energetico, anche la spinta positiva dell’Intelligenza artificiale, destinata nel lungo periodo ad essere un calmante per l’inflazione, nel breve periodo sta avendo l’effetto opposto. La fame energetica dei data center può solo peggiorare il clima di pressione sui prezzi. E il risultato si vede bene sul mercato globale delle obbligazioni dei Paesi del G7, una torta da 50 trilioni di dollari, dove i rendimenti a lungo termine hanno raggiunto il massimo degli ultimi due decenni. Se ci dobbiamo preparare a un mondo con un’inflazione elevata, almeno per un po’, è il ragionamento degli investitori, allora va anche chiesto un premio per il rischio più elevato. Mentre cresce la convinzione sul mercato che le banche centrali dovranno intervenire a colpi di rialzo dei tassi per contenere questo rischio.
Non solo. Il timore (sempre più una convinzione) che i governi dovranno mettere nuove mani alle emissioni governative (quindi espandendo il deficit), pur di attivare misure che sostengano famiglie e imprese e che contrastino la frenata della crescita. E qui torniamo al “fattore tempo”. Per quanto sia certo che ci vorranno mesi, o forse anni, per normalizzare i traffici di Hormuz, resta la speranza che una riapertura dello Stretto a breve possa ricambiare la narrativa sull’inflazione (la prossima settimana sono attesi i nuovi dati Ue) e anche quella sui tassi. Le prime a sperare sono le banche centrali. Prima tra tutte la Fed.
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