di
Gianluca Mercuri

Come potrebbe un’isola di 23 milioni di abitanti resistere a una superpotenza vicinissima alle sue coste, in caso di attacco o blocco navale? Le possibilità non sono nulle – e le lezioni vanno cercate nella cronaca di questi ultimi anni

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Con Trump sono tempi complicati anche per Taiwan. Più di tutti per Taiwan. L’imprevedibilità/inaffidabilità del presidente americano ha conseguenze devastanti per tutti, ma per l’isola sotto perenne minaccia della Cina comunista si tratta di sopravvivenza. Soprattutto se vengono messe in discussione le forniture di armi o la stessa dottrina che da oltre mezzo secolo, nella sua «ambiguità strategica» –  indipendenza non riconosciuta e non sostenuta formalmente, ma materialmente sì – ha finora protetto il piccolo Paese di 23 milioni di abitanti. Piccolo, ma ventunesimo al mondo per Pil e superpotenza tecnologica del pianeta col dominio – il 90% della produzione mondiale – nel settore decisivo dei semiconduttori avanzati (e il 50% in quelli meno avanzati).



















































Se l’ultimo vertice tra Xi Jinping e Trump ha gettato qualche ombra sullo scudo americano per Taiwan, l’attualità geopolitica ha però più di un aspetto incoraggiante per chi ha imparato a considerare ineluttabile la battaglia per la vita, visto che Pechino non fa certo mistero delle sue intenzioni annessioniste.

In particolare, gli esempi forniti da Ucraina e Iran, nella loro diversità, hanno dato a Taiwan un’idea molto realistica dell’efficacia che può assumere un conflitto militare asimmetrico, in cui i rapporti di forza sono sbilanciati ma il confronto sul campo si rivela molto più ostico del previsto per la superpotenza che attacca/aggredisce.

La domanda chiave è: in che modo una parte belligerante materialmente più debole può impedire a un attore più forte di ottenere una vittoria rapida e definitiva?

Can Kasapoğlu del think tank Hudson Institute spiega bene in che modo, e con quali «strategie asimmetriche», Taiwan dovrebbe puntare a «guadagnare tempo, aumentare i costi e trasformare un conflitto locale in una crisi globale». Data la disparità di mezzi, l’obiettivo deve essere «rendere l’aggressione insostenibilmente costosa per Pechino dal punto di vista politico, militare, tecnologico ed economico, sfruttando al contempo il proprio primato nel settore dei semiconduttori su scala globale». Il tutto considerando soprattutto il terzo e il quarto dei quattro scenari da manuale dell’assalto cinese: sovversione su larga scala e guerra ibrida (tra propaganda politica e cyberattacchi), quarantena coercitiva con pretesti civili (come il rischio di epidemia), graduale escalation verso un blocco marittimo, invasione su vasta scala e assalto anfibio.

Lo scenario del blocco è quello più probabile, perché è quello che Xi in persona ritiene più credibile. «La Cina potrebbe arrivare a un blocco aperto, utilizzando la propria potenza navale e aerea per intercettare il traffico marittimo, limitare lo spazio aereo e interrompere i collegamenti di comunicazione tra Taiwan e il resto del mondo», scrive Kasapoğlu. L’impatto su Taiwan sarebbe immediato perché gas naturale e carbone rappresentano circa l’83% del fabbisogno energetico dell’isola: quasi tutte le importazioni di Gnl, in particolare, arrivano via mare (da Qatar e Australia) e le scorte potrebbero esaurirsi in pochi giorni.

Quanto all’attacco su vasta scala in aggiunta all’embargo, è chiaro che la resistenza di Taiwan sarebbe limitata senza un coinvolgimento degli Stati Uniti. Uno studio del 2023 della Rand Corporation calcolava la «durata» dell’isola sotto attacco in 90 giorni, il tempo minimo necessario perché gli americani mobilitino le loro forze in modo da intervenire sullo scacchiere asiatico. Un paper più recente – di Richard McGregor e Jude Blanchette del Lowy Institute – sottolinea però che non solo si tratterebbe di una delle invasioni più ambiziose della storia, ma la successiva sottomissione dei taiwanesi sarebbe molto problematica, fino a richiedere probabilmente decenni di repressione contro forme prolungate di resistenza.

Cosa Taiwan può ricavare dell’esempio iraniano

Intanto, proprio la prevedibile resilienza dell’isola segnala una prima fondamentale differenza. Per l’Iran, uno degli elementi che si sono rivelati decisivi è stato finora quello della relativa coesione tra gli apparati del regime, al di là della dialettica tra falchi e moderati sul negoziato con gli americani: una coesione che sopperisce alla frattura profonda tra il regime e la maggioranza della popolazione. Taiwan invece è una democrazia luminosa, e la sua capacità di resistere ai connazionali totalitaristi prima e dopo il loro assalto risiede anzitutto in questo patrimonio, nella capacità di rappresentare i suoi cittadini.

Ciò detto, l’esempio iraniano offre esempi molto utili alla leadership taiwanese. Da vari punti di vista.

  • Resistere al colpo iniziale Teheran ha dimostrato che se il micidiale attacco nemico piega ma non spezza, vanno in tilt i piani di chi attacca. L’Iran ha resistito all’assalto congiunto Usa-Israele, ovvero della massima superpotenza planetaria e della massima potenza regionale, mostrando di poter assorbire il colpo, mantenere funzionalità ed elaborare strategie di contrattacco inedite e che hanno incredibilmente sorpreso gli americani. L’eventuale attacco cinese avrebbe caratteristiche simili a quello subito dall’Iran – distruzione chirurgica di obiettivi militari, decapitazione della catena di comando politica e militare – ma se si sopravvive alla prima ondata, si può durare.
  • Studiare bene Hormuz Anche qui, l’analogia è notevole. L’Iran ha trasformato la debolezza – l’impossibilità di contrastare la superiorità navale e aerea americana – in forza: la capacità di bloccare tutto con la semplice minaccia di farlo. Le mine piazzate al centro dello Stretto e la disponibilità di droni, missili antinave e motoscafi veloci hanno terrorizzato governi e armatori, aumentando il costo del traffico marittimo (a cominciare dalle assicurazioni) fino a paralizzarlo di fatto. Senza arrivare a una chiusura totale, si è imposta un’incertezza enorme, con la conseguente necessità di modificare le rotte. Certamente gli Stati Uniti possono intensificare gli attacchi e vincere la guerra, ma devono tenere conto di fattori come la reazione dei mercati e quella degli alleati, tra i quali solo Israele vuole un’escalation senza se e senza ma.
  • Seminare incertezza L’analogia è rafforzata dal fatto che anche lo stretto di Taiwan è un’arteria fondamentale per l’economia globale, per certi versi anche più di Hormuz, visto che da lì passa oltre un quinto del commercio marittimo mondiale. Nel 2022 il Center for Strategic and International Studies ha calcolato il transito di beni nelle acque tra Cina e Taiwan in un valore di 2,45 trilioni di dollari, di cui 1,45 di provenienza cinese. Un terzo delle importazioni di Pechino – compresi petrolio, carbone, gas naturale e prodotti industriali strategici – transitano da lì. E oltre metà dei viaggi hanno come partenza e destinazione dei porti cinesi.

Dunque non sorprende la valutazione di Kasapoğlu secondo cui «qualsiasi grave perturbazione nello stretto di Taiwan non solo danneggerebbe le prospettive commerciali della Cina, ma metterebbe anche a dura prova le sue catene di approvvigionamento, ostacolerebbe i suoi sforzi in materia di distribuzione energetica e rallenterebbe la sua produzione industriale».

Ed ecco dunque la lezione che il governo di Taipei (la capitale di Taiwan) può ricavare da Teheran: «Mentre Pechino valuta i pro e i contro di un’azione militare, Taiwan può modificare i calcoli cinesi in merito ai costi previsti e ai benefici attesi. In caso di blocco, l’obiettivo di Taiwan non dovrebbe essere quello di riaprire con la forza ogni rotta marittima, ma di seminare incertezza nell’economia cinese stessa, assicurandosi che Pechino non possa contenere geograficamente gli effetti di un’eventuale crisi».

Cosa Taiwan può ricavare dell’esempio ucraino

Anzitutto, l’assoluta necessità di sopravvivere all’attacco iniziale è ribadita con ancora più forza dal caso di Kiev. Sappiamo bene che Putin contava di indurre l’Ucraina alla resa in pochi giorni dopo l’invasione su larga scala lanciata il 24 febbraio 2022, e che gli americani avevano offerto a Zelensky una via di fuga immediata. Invece, la capacità di resistere mostrata dal Paese aggredito ha sconcertato l’aggressore, imponendogli costi non preventivati e inducendo gli alleati di Kiev ad ampliare il loro sostegno.

  • La strategia del porcospino Taiwan può imitare l’Ucraina in vari modi. Uno dei (molti) motivi per cui la guerra tra Mosca e Kiev è un passaggio storico fondamentale è che ha impresso un cambiamento radicale al modo di condurre la guerra navale, trasformata in guerra robotica grazie ai droni. Come scrive Gideon Rachman sul Financial Times, «l’Ucraina, che non dispone di una propria marina militare, ha di fatto costretto la marina russa a ritirarsi dal Mar Nero» e ha perfino potuto ripristinare le sue esportazioni marittime. Ma la robotica è sfruttata dagli ucraini anche con veicoli di superficie senza equipaggio dotati di armamenti di difesa aerea e capaci di abbattere velivoli russi con equipaggio a bordo. Tutti sistemi a basso costo ben integrati con capacità di attacco convenzionali.
  • L’importanza delle armi Usa Così, al di là delle differenze geografiche, secondo Kasapoğlu «la deterrenza taiwanese dipenderà sempre più da innovazioni simili, in particolare da sistemi autonomi scalabili in grado di minacciare le navi da guerra, i porti e la logistica cinesi dall’altra parte dello stretto». Si tratta di capacità militari asimmetriche che Taiwan in parte possiede e in parte attende dagli Stati Uniti entro il 2028: se Trump non rivedrà le forniture previste, «l’isola disporrà presto di un arsenale di circa 1.400 missili antinave: una delle concentrazioni più elevate al mondo».

Ma il vero Hormuz di Taiwan sono i semiconduttori

Questa è l’analogia più suggestiva con le altre guerre in corso: se l’Iran ha compromesso i flussi energetici globali, Taiwan può usare il suo dominio nei semiconduttori – non certo meno importanti di petrolio e gas, perché a differenza degli idrocarburi non possono essere facilmente stoccati né sostituiti in tempi rapidi – per paventare un rischio sistemico che nessuno al mondo può permettersi. La Cina per prima. Secondo uno studio dell’americana Semiconductor Industry Association, citato nelle scorse settimane da Danilo Taino, con un blocco delle forniture di chip «l’economia degli Stati Uniti crollerebbe di oltre il 10%, in una recessione più dura della Grande Depressione degli anni Trenta. Per la Cina sarebbe un colpo ancora maggiore, un crollo del 16% (se non fosse la stessa Pechino a mettere le mani sulla produzione taiwanese di chip). Disastri anche in Europa». In soldoni si assisterebbe a un crollo del Pil mondiale quantificabile in 10 mila miliardi di dollari, di cui 2.500 miliardi in America, 2.800 miliardi in Cina e oltre mille in Europa.

Se Pechino attacca, dunque, la prima esigenza di Taiwan sarà di fare capire a tutti che le conseguenze di quella guerra la pagheranno tutti, anche gli alleati, a cominciare dagli Stati Uniti. Una specie di deterrenza erga omnes che potrebbe/dovrebbe spingere gli americani a fare di tutto per prevenire la guerra, aumentando a loro volta la percezione del rischio da parte cinese.

L’efficacia della dissuasione e la valenza dei semiconduttori come polizza sulla vita di Taiwan sono poi confermate dal fatto che Pechino sa bene che mettere le mani sull’isola non significherebbe affatto metterle sui suoi chip: «Un’eventuale invasione renderebbe le nostre strutture non operative», è l’avvertimento lanciato tre anni fa da Mark Liu, allora amministratore delegato della Tsmc, il gigante dei semiconduttori che da sempre fa da scudo a Taiwan, con la sua potenza economica e la sua abilità diplomatica (non a caso, lo scambio di più alto livello tra le due Cine negli ultimi anni è stato proprio il colloquio bilaterale tra Xi e il fondatore di Tsmc Morris Chang nel 2022).

In conclusione, come spesso accade in questa newsletter, sembra più che mai il caso di lasciarsi andare all’ottimismo ragionevole di Gideon Rachman:

«Concentrarsi esclusivamente sul dialogo bilaterale tra Xi e Trump significa tralasciare un punto cruciale. Le decisioni prese a Washington e a Pechino sono fondamentali per il futuro di Taiwan. Ma non sono l’ultima parola. Taiwan non è una colonia né un’isola disabitata, il cui futuro possa essere negoziato da estranei. Se i taiwanesi continueranno a opporsi all’idea di un’incorporazione forzata nella Cina continentale, avranno ottime possibilità di successo. Con o senza il sostegno americano».

23 maggio 2026