di
Valerio Cappelli
Penélope Cruz: malore in «La bola negra», si temeva un aneurisma
Si fa perdonare il ritardo, ma le 11 del mattino per una spagnola è come dire l’alba. Dice «ola» e riempie la stanza con i suoi occhi grandi da Bambi, il suo carisma naturale fatto di vulnerabilità e desiderio. È come se illuminasse lo spazio. Bella, ma non fa della bellezza la sua bandiera. Si porta la mano sulla guancia per trovare le parole giuste. Penelope Cruz è in “La Bola Negra” di Javier Calvo e Javier Ambrossi.
«Direi così. Cosa significa essere omosessuale in Spagna in tre epoche, dalla guerra civile, attraverso esistenze collegate da sessualità, dolore e desiderio, e da un’opera incompiuta di Federico Garcia Lorca?».
Il mondo è pieno di storie d’amore interrate.
«Sì. Il film tocca altri temi importanti, come l’impossibilità e l’inabilità a prendere decisioni, quando dietro hai i condizionamenti del sistema: confessa, sei omosessuale o no? E devi uccidere o no?».
Lei qui è irriconoscibile, le parrucche, i capelli ora neri corvini ora biondi, le sopracciglia disegnate.
«Sono una esuberante soubrette d’avanspettacolo, devo allietare i soldati al fronte; prima della guerra vivevo felice a Madrid, nei peccati mortali. Canto e ballo, appena posso scendo in pista, per dodici anni sono stata danzatrice classica, ogni giorno a esercitarmi alla sbarra, vengo da lì. Ballavo per le amiche di mia nonna le canzoni di Raffaella Carrà, per me era uscire dal guscio».
Non è un piccolo ruolo che dà la grandezza di un personaggio, giusto?
«Faccio un’apparizione di una decina di minuti Io rappresento la fantasia che è l’opposto della guerra. In una battuta dico che il travestitismo rappresenta le possibilità dell’immaginazione: la guerra è tutto il contrario. Ma non è questo il punto».
«In questo film le nuove generazioni hanno la possibilità di vedere la guerra civile spagnola, che tanti ignorano, con occhi diversi. Poi c’è anche il ritratto di un Garcia Lorca inedito, pochi ne conoscono la vita privata. C’è un’altra battuta rivelatrice: il cuore di un omosessuale è un oceano pieno di misteri. L’omosessualità è un tema che ha diritto ad avere una memoria storica».
Lei è inseguita dai Javier: i due registi, suo marito Javier Bardem.
«Ci siamo incontrati la prima volta sul set di “Prosciutto Prosciutto”. Anno 1992. Praticamente agli esordi tutti e due. Girammo una scena di sesso che fu un vero trauma. Ma siamo attenti a non parlare del nostro privato».
«Sono venuta la prima volta a 25 anni. Ricordo, nel 2006, il premio corale a noi attrici per Volver di Almodovar. Ho fatto sette film con lui, spero ne verranno altri. È il mio maestro in tanti modi. Ci vediamo la mattina e sappiamo subito se abbiamo dormito bene e di che umore siamo, è stato sempre così tra noi. Le prime volte quando lo sentivo parlare di argomenti extra cinema legati alla tolleranza e alla libertà mi dicevo, ma perché non è il nostro premier al governo? Ho sempre reazioni emotive forti di fronte alle ingiustizie, ai diritti negati».
Lei non è tipo che nasconde le lacrime.
«Mi è successo anche durante le riprese di questo film. Ho cominciato a piangere mentre ero al trucco, cercando di non rovinarlo. Un medico mi aveva ipotizzato un aneurisma cerebrale».
«Era un falso allarme. Non sapevo se era verità o finzione, era qualcosa di surreale. Forse stavo morendo, e c’era la vita accanto a me, sul set. Ho convissuto con l’ansia e la pressione al lavoro, avendo l’immenso supporto del team. I due registi sono persone straordinarie».
«Mi hanno tirato fuori l’istinto materno, li ho protetti. La normalità fa parte del mio DNA, posso vincere un altro Oscar e non la perderò mai. C’è un attore, che si fa chiamare con lo pseudonimo Guitarricadelafuente, è cantautore e chitarrista ed è al suo primo film. Sulle sue spalle, interpretando un soldato franchista, troviamo solitudine e desideri imposti. Una volta nei cast ero io la più giovane».
Ma l’età non è biologica.
«Gracias, mantengo l’entusiasmo di sempre. In questo film c’è la grande storia e la sfera più intima e delicata. Tornata a casa ho scoperto di aver imparato qualcosa di nuovo dalla vita».
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23 maggio 2026 ( modifica il 23 maggio 2026 | 08:45)
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