di
Paolo Condò
Pep commissario tecnico dell’Italia? Sarebbe come correre in Ferrari tra i vicoli della casbah
Il 22 maggio del 2017 un terrorista dell’Isis si fece esplodere nel foyer della Manchester Arena durante un concerto di Ariana Grande. L’attentato costò la vita a 23 persone, altre 250 rimasero ferite, e fra i salvati di quella tragica roulette russa — vivere e morire quella sera dipese unicamente dal caso — ci furono Cristina Guardiola e le figlie Maria e Valentina. Pep udì l’esplosione nel salotto di casa, dove assieme all’altro figlio, Marius, stava guardando una partita in tv. Non essendo distanti dall’Arena corsero subito in strada, seguiti da Gundogan che abitava nello stesso condominio.
Lo scoppio aveva mandato in tilt tutte le comunicazioni, e per qualche minuto sul telefono di Cristina scattava la segreteria. Appena fu abbastanza lontana, tenendo Maria per mano e Valentina a cavalcioni sulla testa, chiamò Pep per dirgli che stavano bene, e nel giro di qualche secondo l’attesa più lunga nella vita di Guardiola si sciolse nell’abbraccio familiare in mezzo alla strada. Nel frattempo il gruppetto aveva incrociato Sané e il team manager Quintana, in preda a grande apprensione perché Sterling aveva chiesto i biglietti per il concerto e il suo telefono risultava muto. Quasi per magia il giocatore comparve di lì a poco, si era attardato al ristorante e non era andato all’Arena. Lacrime, lutto, sollievo, paura: molte emozioni in quei pochi minuti, troppe forse. Ma tre giorni dopo in una St.Ann Square interamente coperta da mazzi di fiori, la commemorazione delle vittime venne celebrata cantando «Don’t look back in anger» degli Oasis — «non voltarti indietro con rabbia» — ed è a quel momento, di cui fu testimone, che Pep ha fatto riferimento ieri nel suo struggente messaggio di congedo. Un momento in cui la comunità («a City United» il sapiente gioco di parole a contenere l’intera città) seppe reagire all’orrore con amore e rinnovato desiderio di stare assieme.
C’è stato tanto calcio magnifico e molto spesso vincente nei dieci anni di Guardiola al City, terza stazione dopo Barcellona e Bayern del viaggio di quello che — parere personale, ovviamente discutibile ma fondato — è il migliore allenatore che si sia mai visto. Ora che è venuto il tempo dei saluti ci si accorge di come la visceralità del rapporto tra Pep e il City sia dovuta anche a tutto il resto che è successo — molto profondo anche il passaggio sui giorni del Covid, quando perse la madre — e che ha impastato il legame ben oltre la normalità di una grande squadra e della sua guida.
Come ha detto Arteta celebrando il titolo dell’Arsenal e rendendo omaggio all’antagonista sconfitto, Guardiola è un mentore: merce rara e preziosa, siamo curiosi di sapere quale sarà la quarta stazione. Sempre che ci sia. Guardiola è stato un grande giocatore, è un grande allenatore, l’evoluzione futura potrebbe trasformarlo in grande dirigente, e siccome tutti i suoi percorsi sono partiti da Barcellona è lecito attendersi almeno un colloquio col presidente Laporta.
La suggestione corsa nell’ultimo mese su un suo incarico di c.t. azzurro è un’idea in assoluto meravigliosa ma purtroppo irrealizzabile, e non tanto per una questione di stipendio — magari a questo punto della carriera si accontenterebbe — ma di modalità. Prendiamo Guardiola e lo confiniamo in tre finestre di lavoro annuali? Gli neghiamo gli stage, come è stato fatto con Gattuso? Sarebbe come correre con una Ferrari nei vicoli di una casbah.
I suoi detrattori (ce ne sono…) sottolineano che tutte le vittorie sono arrivate grazie a grandi e costosi campioni, come se le stelle del Real Madrid, del Liverpool o del Psg venissero via a poco. Oppure che Pep lascia un Manchester ancora in attesa di giudizio per le 115 accuse di frode al fair Play finanziario: questo è vero, ma se non si è ancora arrivati a sentenza il sospetto — corroborato dai budget di mercato dell’intera Premier — è che non solo il City si sia concesso certe licenze. E in coda al filmato d’addio resta l’ammirazione per un uomo in perenne dinamismo intellettuale, mai fare domani ciò che hai già fatto ieri, i tempi cambiano e noi con loro, il futuro è sempre il posto più stimolante in cui dirigersi.
Don’t look back in anger.
23 maggio 2026 ( modifica il 23 maggio 2026 | 08:24)
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