di
Donatella Tiraboschi
Il complesso di Capriate è chiuso da gennaio 2025. Il 15 maggio l’ultima asta. All’origine dei problemi, dissidi familiari. L’imprenditore: «L’attività andava bene». Il liquidatore: «Per entrare in possesso della struttura ho dovuto ricorrere al tribunale»
«Sogniamo di poter tornare nel nostro albergo a lavorare come abbiamo sempre fatto. Anche nei periodi più duri del Covid non abbiamo mai mollato. Ci siamo adattati a fare di tutto, dalle pulizie alla guardiania. Chiediamo solo questo. Stiamo vivendo un incubo». Massimo Capozzi e la moglie Rosita Arzuffi parlano dietro una montagna (vera) di documenti, tra carte bollate e sentenze del tribunale. Non si rassegnano alla fine di una storia imprenditoriale familiare cominciata quasi 50 anni fa dal padre, Pino Capozzi, il noto gestore dell’Agnello d’oro di Città Alta, di cui era affittuario (struttura chiusa da 10 anni). In una parola non si rassegnano alla fine del «loro» GuglielMotel che hanno condotto fino al 16 gennaio 2025.
Il 15 maggio è scaduto il termine per le eventuali offerte di acquisizione dei due fabbricati indipendenti con 137 camere, all’uscita del casello di Capriate. È la terza gara lanciata in pochi mesi da i-Resales, società specializzata nel real estate di Intrum incaricata da Intesa Sanpaolo della vendita immobiliare; la banca ne è comproprietaria, avendo ritirato da Ubi il contratto di leasing stipulato in concomitanza con i lavori di ampliamento e ammodernamento del 2004. «Era già stato quasi tutto pagato — puntualizza Capozzi —, dei 6 milioni e mezzo ne avevamo già onorati 5. Ci mancava poco a chiuderlo». Ora, invece, è di 5 milioni 832 mila euro il valore dell’intero complesso (passato da una valutazione iniziale di 11 milioni, asseverata nel 2022), cifra con cui in questa terza tornata è stata offerta la struttura. Una somma che, qualora venisse introitata (non è ancora noto se vi siano state offerte), servirà a soddisfare i creditori del GuglielMotel conosciuto anche per via di quel nome iconico («una mia trovata», precisa Massimo, un passato da creativo).
Un hotel-motel che, complici tempi diversi, ha vissuto l’epopea di un business poi evolutosi dallo stereotipo del motel frequentato da coppie, più o meno clandestine in cerca di privacy, ad hotel soprattutto per uomini d’affari o trasfertisti. Ma anche per le famiglie in gita a Leolandia, che è lì ad un tiro di schioppo. Una gestione che, bilanci alla mano, aveva visto ricavi in costante crescita fino a 2 milioni di euro all’anno, pur in presenza di un rosso altrettanto costante «giustificato dalle quote del leasing e da costi vivi sempre più importanti, come i circa 120 mila euro all’anno di Imu», aggiunge Capozzi. Una gestione appannaggio di Dol Dor, acronimo di Dolce Dormire. È la società in accomandita semplice fondata nel 1978, partecipata con una quota del 5% ciascuno dai due fratelli Capozzi, Pier Carlo (il cui nome è legato all’hotel Città dei Mille, altro asset imprenditoriale che societariamente nulla ha a che vedere con questa vicenda) e Massimo e per il restante dal padre Pino che, con la morte avvenuta a 88 anni nel 2012, l’aveva trasmesso in eredità alla moglie Stella Silipo, all’epoca 41enne, sposata tre anni prima.
Il nuovo assetto della Dol Dor si è tradotto, però, nel giro di breve in un disaccordo tra fratelli e matrigna, sfociato in una prima domanda di liquidazione volontaria della società nel 2016. Fu revocata due anni dopo dal momento che i valori di vendita ipotizzati erano stati ritenuti incongrui e il disaccordo fra i tre soci era stato sanato, ma la situazione si è ripresentata identica nel 2024, dopo gli anni difficilissimi del Covid.
«Abbiamo riaperto nel luglio del 2021 e durante la pandemia in cui ho fatto il guardiano della struttura, la società ha persino aumentato il suo valore patrimoniale di quasi 200 mila euro come attestato da una perizia del ctu del tribunale, con un fatturato che anche negli anni seguenti è cresciuto costantemente — dice Massimo Capozzi —, dai 670 mila euro del 2020 a un milione e 700 mila del 2023». È nel 2024 che la vedova Capozzi ripresenta un ricorso per lo scioglimento della società ed è da allora che le sorti di sostanziale galleggiamento del GuglielMotel cambiano radicalmente in un intreccio giudiziario che, per essere spiegato nei dettagli, richiederebbe pagine intere.
Dalla nomina nel maggio 2024 da parte del presidente tribunale del liquidatore, Achille Pagliuca, è stato un susseguirsi di azioni giudiziarie tra le parti, di cui si fa fatica a rendere conto, ma che a settembre di quello stesso anno, spiega Capozzi, «ha visto il tribunale rigettare il ricorso per l’apertura della liquidazione giudiziale avanzata dal liquidatore, ritenendone insussistenti i presupposti e considerato il valore dell’attivo patrimoniale. Peraltro, sono stato oggetto di un’indagine, innescata da una serie di denunce ed esposti da parte di Pagliuca». Il liquidatore ne specifica l’oggetto: «Le motivazioni dell’esposto derivarono dalla richiesta di entrare in possesso dei libri sociali e delle scritture contabili della società», afferma. «La mia posizione è stata archiviata — precisa Capozzi —. Ma in particolare gli ultimi mesi del 2024 sono stati terribili tra denunce, querele, richieste di intervento delle forze dell’ordine, esposti alla Procura e alla Guardia di finanza. Ricordo il 17 dicembre 2024, quando presso la mia abitazione, l’hotel e lo studio del mio commercialista è scattata una perquisizione con nove finanzieri che, però, se ne sono andati non riscontrando alcuna irregolarità».
Comunque la si guardi, per stessa ammissione di Capozzi «è una vicenda complessa a cui ho cercato di far fronte con tutte le mie forze, per scongiurare che l’attività cessasse definitivamente, tanto da avviare contatti diretti con interessati per affittare l’azienda e trattative con un fondo italiano, seriamente interessato ad acquistare le quote degli altri due soci». Massimo Capozzi è rimasto, oltre che senza stipendio, come la moglie, nell’hotel «in qualità di custode fino a maggio di un anno fa. Mi era stato assicurato che l’hotel sarebbe stato presidiato 24 ore al giorno con spese a carico della banca, ma in questi mesi si sono verificate almeno una decina di effrazioni. La struttura è stata vandalizzata e diversi beni di mia proprietà sono stati rubati», conclude mostrando degli scatti esterni in cui il degrado è visibile.
«Ad oggi stiamo cercando di procedere alla vendita dell’immobile — rileva Pagliuca —, la messa in liquidazione della società, come prevede il nostro ordinamento giuridico, contempla o la sospensione dell’attività o, come ho tentato di fare, di farla proseguire nell’interesse della società e dei soci. Cosa che non è stata possibile, perché uno dei tre soci non ha inteso consegnare l’immobile al liquidatore. I soggetti che all’inizio della procedura erano potenzialmente interessati, hanno poi rinunciato per via del suo atteggiamento ostruzionistico. Per poter entrare in possesso della struttura ho dovuto ricorrere al tribunale e all’ufficiale giudiziario».
Preferisce non commentare Stella Silipo: «È una vicenda che si trascina da 14 anni, ma per me la perdita più grande resta quella di mio marito». Stringato Pier Carlo Capozzi: «Credo di poter affermare che finché sono stato presente nella conduzione della struttura, dal 1992 al 2009, le cose sono sempre andate bene».
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23 maggio 2026
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