CREMONA – È una sorta di ostensorio luminoso, un tripudio barocco che squarcia l’oscurità del transetto della cattedrale: ‘Io contengo moltitudini’ di Marinella Senatore, l’opera nata per la Porta Santa del carcere di Rebibbia Prison con le parole dei detenuti, installazione voluta da Papa Francesco per il Giubileo della Speranza del 2025. Sono le grandi sculture di Giò Pomodoro nella Sala degli Alabardieri di Palazzo Comunale a raccontare una monumentalità in poliestere di mezzo secolo fa, e che sembrano opere quanto mai contemporanee, con tutta la forza cromatica della gioventù. A coccolarsele con gli occhi è il figlio Bruto Pomodoro.

O ancora, nel Salone dei ritratti dei vescovi di Palazzo Vescovile compaiono, inattesi, due piccoli ritratti di suore realizzati da Valerio Nicolai che ammiccano alla galleria di uomini in abiti talari. E che dire del portacenere straboccante di cicche che accoglie i visitatori all’ingresso dell’appartamento vescovile, un cortocircuito estetico messo in atto da Federico Tosi. Nell’appartamento del preside a Palazzo Stanga Trecco, le nuvole, i soffi di plastica e il tessuto delle autoreggenti luminose di Giulia Poppi raccontano una femminilità e una materialità estese, in dialogo con gli spazi, come spiega l’artista stessa.

Una quindicina di luoghi, venti artisti: Davide Allieri, Aubrit e Beillard, Miriam Cahn, Roberto De Pinto, Linda Fregni Nagler, Francesca Grilli, Jelena Jureša, Lina Lapelyte, Emma Masut, Jimmy Milani, Valerio Nicolai, Mattia Pajé, Albert Pinya, Giò Pomodoro, Giulia Poppi, Sara Ravelli, Martina Rota, Marinella Senatore, Lorenzo Scotto di Luzio e Federico Tosi sono i protagonisti della quarta edizione di Art Week che, da oggi al 31 maggio, farà di Cremona una galleria d’arte a cielo aperto, uno spazio inatteso di bellezza e pensiero nei luoghi meno consueti della città.


Eleonora Santin, Luca Burgazzi, Rossella Farinotti e Cesare Macconi ieri durante la presentazione di Cremona Art Week

A presentare la kermesse in Confcommercio — dopo il benvenuto e i ringraziamenti espressi dal direttore Stefano Anceschi — è stato l’assessore Luca Burgazzi, che ha difeso con forza la volontà amministrativa e politica di fare dell’arte contemporanea un motore di sviluppo culturale e di attrattività per la città. Un obiettivo condiviso anche da Cesare Macconi, già presidente della Fondazione Comunitaria, che ha affermato: «L’incontro con le ragazze di Art Week è stato uno dei più belli del mio mandato, che ricordo per le relazioni che mi ha dato la possibilità di coltivare».

A Eleonora Santin è spettato il compito di raccontare i sopralluoghi e la visione che, insieme a Rossella Farinotti, hanno messo alla prova dell’arte come segno di un contemporaneo capace di trasformare spazi e tempo nella festa della creatività. Rossella Farinotti ha osservato come il coinvolgimento di Giò Pomodoro, attraverso le opere in fibra di vetro e poliestere realizzate fra il 1957 e il 1968, «rappresenti un omaggio transgenerazionale della rassegna, nella convinzione che un dialogo sia necessario e possibile, un continuo scambio di sguardi importante per far crescere Art Week — ha spiegato —. Anche per questo ho voluto che la mia curatela fosse affiancata da altri giovani e giovanissimi curatori: Valeria Mancinelli, Gioele Melandri, Gianluca Ranzi e Saverio Verini, chiamati a contribuire alla definizione del percorso espositivo. Un ampliamento di sguardi che introduce nuove prospettive e nuovi punti di vista, mantenendo sempre centrale il dialogo tra le opere degli artisti e i luoghi della città».

Ed è proprio questo che emerge nei tanti spazi coinvolti: dal teatrino delle ex Canossiane agli ambienti dell’ex Corpus Domini e del nuovo Campus del Politecnico. La grande scultura Marat di Giò Pomodoro — un blocco nero e sinuoso —, in contrasto con il verde e l’azzurro del cielo, è una botta cromatica oltre che emotiva. È questo Art Week: un gioco di scoperte che invita non solo a esplorare luoghi poco frequentati della città, ma anche a immaginare che in quei quasi-luoghi accada davvero qualcosa, che un pensiero si affacci nella forma sinuosa di una sorta di città distrutta che convive con il Lettone blu di Valerio Nicolai, racconto di una quotidianità e di un uso che segnano un’assenza da colmare con lo sguardo e il pensiero dello spettatore. Vedere, attraversare e vivere la città nel segno dell’arte contemporanea è bello. Vale la pena concedersi questo regalo.


Gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna al dipartimento di Musicologia e Beni Culturali accompagnati dall’artista e loro insegnante Francesca Grilli presente con una sua video-opera 

GIÒ POMODORO, ENERGIA COLORATA

«Cremona Contemporanea introduce nel proprio percorso espositivo un dialogo strutturato tra la ricerca contemporanea e un maestro storico dell’arte italiana del secondo Novecento — ha spiegato la direttrice Rossella Farinotti —. La presenza di Giò Pomodoro amplia ulteriormente la riflessione sul rapporto tra materia, spazio e sperimentazione, mettendo in relazione opere realizzate tra il 1957 e il 1968 con le pratiche degli artisti contemporanei invitati alla rassegna. Le sculture in fibra di vetro e poliestere — materiali innovativi e fortemente sperimentali per l’epoca — attivano un confronto tra differenti generazioni artistiche e con i luoghi della città, attraversando architetture storiche e spazi urbani attraverso forme, colori e tensioni plastiche che mantengono ancora oggi una forte carica visionaria».

Le parole della curatrice della rassegna trovano nello sguardo del figlio di Giò Pomodoro, artista anch’egli e custode della memoria del padre, una corrispondenza di amorosi sensi: «Abbiamo avuto modo di dare nuovo smalto e nuovo rilievo a queste opere che mio padre realizzò negli anni Sessanta. Su suggerimento di un imprenditore che costruiva barche a vela, gli venne proposto di usare poliestere e materiali in vetroresina per le sue sculture monumentali; ci fu persino un periodo in cui mio padre trasferì il proprio laboratorio nell’azienda — racconta Bruto Pomodoro —. Per quei tempi usare materiali plastici era un azzardo, ma lavorare il marmo e il bronzo non era economico, come non lo è oggi. Questi lavori sembrano ancora fuoriuscire dalle mani di un giovanissimo artista: hanno, a più di mezzo secolo di distanza, una forza e un’energia che, nei luoghi in cui Rossella li ha collocati, trovano nuova vita, sottraendoli alla storicizzazione della loro origine».


Bruto Pomodoro di fianco a un’opera del padre

Bruto Pomodoro plaude all’idea di Rossella Farinotti e ricorda l’esperienza maturata a Lucca qualche decennio fa: «Ci vorrebbe una Farinotti in ogni comunità, perché l’arte contemporanea torni a essere un segno nello spazio pubblico — racconta —. Sarebbe bello che ogni artista donasse in comodato una propria opera, ma il problema è spesso legato ai fondi e agli spazi in cui renderle visibili. Che le opere di mio padre possano dialogare con gli spazi pubblici e inserirsi accanto ai lavori degli artisti di oggi è il segno di un passaggio di testimone che commuove e restituisce senso a ciò che si fa».

Per comprendere questo passaggio di consegne è bastato imbattersi nel gruppo di studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna che, guidati da Francesca Grilli, hanno attraversato la città nel segno dell’Art Week. Un dialogo fra artista e studenti: Grilli, presente con un intenso video a Palazzo Trecchi sul rapporto tra il corpo degli adulti e lo sguardo dei bambini, è anche la docente che, dall’interno, può trasmettere l’idea della curatela e del dialogo fra opere e luoghi. Segni di incroci tra sguardi e generazioni, dai padri ai figli, dai docenti ai discenti, nel segno della trasmissione della bellezza.