di
Samuele Finetti
Nella lettera di dimissioni ha spiegato di aver preso questa decisione per sostenere il marito nella sua battaglia contro il cancro. Ma le fonti della Casa Bianca parlano di una rottura con il presidente
Da candidata alla presidenza per il Partito democratico a figura di spicco dell’amministrazione Trump, Tulsi Gabbard era diventata una piccola stella nel firmamento del mondo Maga. Al punto che il tycoon newyorchese, una volta tornato alla Casa Bianca all’inizio del 2025, l’aveva nominata direttrice dell’Intelligence nazionale, a sovrintendere le 18 agenzie federali che si occupano di sicurezza. Ma quel rapporto non era mai sbocciato del tutto e ieri è improvvisamente arrivato al capolinea. Con una lettera indirizzata al presidente, Gabbard ha annunciato le sue dimissioni, effettive dal 30 giugno. La ragione del passo indietro, vi si legge, è la «forma di cancro alle ossa estremamente rara che è stata diagnosticata a mio marito», ragione per cui «in questo momento devo lasciare il mio posto al servizio dei cittadini per stare al suo fianco e sostenerlo in questa battaglia».
Versione che lo stesso Trump ha sposato, in un post su Truth: «Purtroppo, dopo aver fatto un gran lavoro, Tulsi deve lasciare l’amministrazione. Ha fatto un lavoro incredibile, ci mancherà». Ma fonti vicine allo Studio Ovale hanno raccontato alla Reuters che Gabbard è stata di fatto costretta alle dimissioni per via della crescente insofferenza del presidente nei suoi confronti.
La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso sarebbero state le uscite — e, più in generale, la postura — di Gabbard sul conflitto in Iran. Ex tenente colonnello dell’esercito che ha servito in Iraq, Gabbard si è sempre schierata contro l’interventismo statunitense in Medio Oriente. Nel 2019, per dire, vendeva sul suo sito alcune magliette con lo slogan: «Niente guerra con l’Iran». E due mesi fa, a conflitto in pieno corso, aveva contraddetto pubblicamente Trump davanti al Congresso, sostenendo che i bombardamenti del giugno 2025 avevano sì «obliterato» il programma nucleare di Teheran, ma che non c’erano prove che il regime stesse lavorando per rimetterlo in moto.
Il presidente l’aveva definita «troppo morbida» sul dossier Iran e aveva aggiunto che «il suo modo di pensare è un po’ diverso dal mio», a conferma delle divergenze con l’ex deputata democratica.
I segnali, del resto, c’erano da tempo. Quando, negli ultimi giorni del 2025, Trump aveva riunito a Mar-a-Lago la cerchia più stretta dei suoi collaboratori per preparare il raid in Venezuela, Gabbard era in vacanza alle Hawaii. Negli ultimi mesi, si è concentrata soprattutto su due «complotti» rilanciati ancora oggi dal tycoon: il presunto furto delle elezioni del 2020 (lei era in corsa nelle primarie dem) e l’indagine sul Russia-gate. Si è poi impegnata per la pubblicazione dei documenti secretati sugli omicidi di John F. Kennedy e di Bob Kennedy.
Che dietro l’uscita di scena di Gabbard ci siano state delle frizioni con Trump, lo suggeriscono anche le circostanze della decisione, un copione già visto altre due volte negli ultimi tre mesi. A inizio marzo, dopo i volenti scontri di Minneapolis tra cittadini e agenti dell’Ice, il presidente aveva licenziato la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, «madrina» degli uomini dell’anti-immigrazione e sponsor del loro operato. E un mese più tardi era saltata Pam Bondi, la ministra della Giustizia (e già avvocata personale del tycoon): rea, secondo molti, di aver gestito malamente il caso Epstein e di non essersi spesa con sufficienti energie per far finire a processo i «nemici» del suo ex cliente.
Trump, dunque, perde con Gabbard la quarta pedina di governo — a fine aprile si è dimessa anche la segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer — in meno di tre mesi. E, in questo caso, anche un volto molto amato dai seguaci del presidente, perché si tratta di una democratica «convertita» sulla via del trumpismo. Gabbard, nata alle Samoa americane ma cresciuta alle Hawaii, fu eletta alla Camera tra le fila dei dem nel 2013, prima deputata di origini samoane e prima praticante indù nella storia del Congresso. Nel 2016 sostenne la candidatura alle presidenziali di Bernie Sanders, nel 2020 quella di Joe Biden. Scaduto il suo quarto mandato, nel 2021, aveva iniziato la «traversata», tra ospitate su Fox News e sostegno ai candidati repubblicani, fino alla rottura col suo partito nell’ottobre del 2022. E all’annuncio, a fine 2024, del suo passaggio al Partito repubblicano. Annuncio dato sul palco di un comizio, al fianco di Trump.
22 maggio 2026 ( modifica il 23 maggio 2026 | 10:00)
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