Cannes – New York brucia di musica, desiderio, paura. È la città degli anni ’80, quella dei club downtown, delle luci sporche di Manhattan, dei loft attraversati da artisti, performer, drag queen, amanti che si stringono sapendo che il tempo potrebbe essere poco. Ed è anche la città dell’Aids. Della malattia che cade come un’ombra feroce sopra una generazione queer che aveva appena cominciato a conquistare libertà, visibilità, felicità. “The Man I Love” di Ira Sachs, passato in concorso a Cannes, è uno dei film più intensamente inclusivi e queer del festival. Non perché faccia discorsi teorici sull’identità. Ma perché restituisce corpo, sensualità, fragilità e memoria a una comunità che gli anni Ottanta americani hanno insieme celebrato e condannato.  

FRANCE CANNES FILM FESTIVAL 2026

Al centro, il regista Ira Sachs con il cast del film The Man I Love

Il protagonista è Jimmy George, interpretato da Rami Malek: cantante, performer, artista della scena off-off Broadway, sieropositivo in una New York ancora attraversata dall’omofobia dell’America reaganiana. Jimmy sa di essere malato. Ma non vuole ridursi alla malattia. Vuole continuare a creare, cantare, amare, desiderare. È questo che rende il film così potente: non è un racconto sulla fine. È un racconto sull’ostinazione della vita. “Non è un film pieno di ospedali e medicine”, ha spiegato Malek a Cannes. “È la storia di un uomo che cerca disperatamente di continuare la sua attività artistica”. E dentro questa frase c’è tutto il senso del film di Sachs: la comunità queer non raccontata come vittima, ma come energia creativa, erotica, emotiva. All’inizio, racconta Malek, aveva paura di affrontare il personaggio. Troppo vicino, apparentemente, a Freddie Mercury già interpretato in “Bohemian Rhapsody”. “C’erano troppe somiglianze”, dice. Il cantante. Gli anni dell’Aids. La performance. Ma poi ha capito che Jimmy era l’opposto dell’icona. “Freddie era leggenda. Jimmy è ricerca continua: di amore, creatività, intimità, gioia”.

È proprio la parola “gioia” che attraversa il film

“The Man I Love” racconta una New York queer che non vuole essere ridotta alla tragedia epidemiologica. Ci sono i club. I corpi sudati. Le prove teatrali. I costumi. I flirt. Le gelosie. Gli appartamenti minuscoli condivisi fra artisti e amanti. Jimmy vive con il compagno Dennis, interpretato da Tom Sturridge, in una relazione fatta di cura reciproca ma anche di paura della perdita. Quando arriva il nuovo vicino Vincent, giovane e bellissimo, il desiderio torna a muoversi come una corrente elettrica dentro la casa.

FRANCE CANNES FILM FESTIVAL 2026

Ira Sachs e Rami Malek

Ira Sachs gira questi rapporti con delicatezza fisica, senza trasformare i personaggi queer in simboli. Sono uomini vulnerabili, sensuali, imperfetti. Uomini che litigano, si desiderano, si proteggono. E il film sembra continuamente dire una cosa molto semplice e ancora necessaria: anche l’amore gay ha diritto alla complessità quotidiana, alla tenerezza, alla banalità domestica. Nel film compare anche Rebecca Hall nel ruolo della sorella di Jimmy, figura che rappresenta forse il tentativo di costruire un ponte fra la comunità queer e il resto dell’America. Perché gli anni Ottanta raccontati da Sachs sono anche anni di separazione. Da una parte Manhattan queer, creativa, notturna. Dall’altra un paese che spesso osserva quella comunità con paura o rifiuto. La forza inclusiva del film sta proprio qui: nel trasformare la memoria queer in memoria collettiva. Sachs, da sempre uno dei registi americani più apertamente queer, non gira un manifesto ideologico. Gira un film pieno di abbracci, musica, colori, pelle. “Volevo un film denso di emozione, dolore e abbracci”, ha detto a Cannes. “È un film sexy, pieno di colori e musica: una lista di peccati e piaceri”.

Dentro questa New York anni ’80, sorprendentemente, entra anche l’Italia

Jimmy guarda in televisione Rita Pavone all’Ed Sullivan Show del 1964. E nei momenti più romantici del film risuona Bambola. Sachs ha raccontato che le canzoni italiane — da Patty Pravo a Mina — hanno accompagnato la sua vita. E allora quelle voci diventano parte della memoria emotiva queer del film: malinconiche, sensuali, teatrali. Alla proiezione ufficiale a Cannes, “The Man I Love” ha raccolto dieci minuti di applausi. Malek, alla sua prima volta sul tappeto rosso del festival, si è commosso fino alle lacrime. Forse perché il film di Ira Sachs non parla soltanto del passato. Parla di tutte le comunità che continuano a lottare per esistere senza vergogna. Di tutte le identità che il mondo ha provato a trasformare in colpa. E di una verità che la New York queer degli anni ’80 aveva già capito benissimo: creare, amare, danzare, desiderare –  anche nel cuore della paura –  può essere una forma di resistenza.