di
Ornella Sgroi

La malattia agli occhi da piccolo, i primi scatti a Catania, poi i reportage e l’impegno in tutto il mondo. Il ricordo di Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia: «Il lavoro e la militanza attiva sono per me inscindibili»

È seduto in controluce nel suo studio. Alle spalle, fuori dalla finestra, la chioma di un ficus gigante. «La mia ispirazione per le prime foto da cieco» sorride Giovanni Caruso, fotografo catanese e attivista, che negli ultimi cinquant’anni ha raccontato la storia di Catania, e non solo. Tra lotta alla mafia, colletti bianchi, volontariato, militanti. E periferie del mondo. Da Catania a Lima, dalla Sicilia al Sud America.
Ai suoi piedi è accovacciato il suo fedele cane guida, Jazz. E sulla maglia ha la spilletta de I Siciliani, testata fondata negli anni Ottanta da Giuseppe Fava, che «per me è il direttore, al presente, anche se la mafia l’ha ucciso quarant’anni fa». Classe 1950, tra le mani tiene la sua fidata Nikon, quella con cui cattura la luce che filtra tra le foglie del grande ficus. Mentre continua a battersi per i diritti umani e la legalità. In prima fila per documentare cortei e manifestazioni, con gli inconfondibili occhiali scuri, piccoli e rotondi, a proteggere la sua cecità. 

La vista gliel’ha portata via un’uveite di origine reumatica, malattia degenerativa che attacca il nervo ottico, con cui convive sin da bambino. Così come con la passione per la fotografia, «scoperta a 14 anni istintivamente, quando mio papà mi ha regalato una mini Comet» racconta. «Era un giornalista e in estate, finita la scuola, andavo con lui e il suo fotografo a fare i servizi, negli stessi anni in cui cominciava a comparire la malattia». Poi, l’incontro casuale con il suo maestro, la prima Reflex Minolta 202, la camera oscura, il banco ottico, mentre la passione per la fotografia cresce, e pure la malattia. «Ma io volevo fare il fotografo e non mi sono abbattuto, non mi sono arreso nonostante i miei fossero contrari per una comprensibile preoccupazione. Per risposta, nello stanzino della mia grande casa paterna, mi sono fatto una camera oscura!» ride. 



















































Testardo e determinato, Giovanni Caruso apre la sua agenzia fotografica giornalistica, collabora con L’Europeo, fino all’incontro con Giuseppe Fava. Dopo il suo omicidio nel 1984 «mi venne una certa repulsione per la cronaca nera, mi avevano ammazzato il direttore, ero molto arrabbiato». Si dedica, quindi, ai grandi reportage sociali in Sud America tra Perù, Argentina, Paraguay, ma anche in Messico e Chiapas, in Medio Oriente con il treno per la pace in Kurdistan. «Per me fotografia e militanza sono sempre stati inscindibili e imprescindibili» chiosa. E lo sono ancora, anche nella cecità.
«Ho fatto le mie ultime fotografie nel Natale del 2003, poi è arrivato il buio e ho chiuso la macchina fotografica in una cassapanca». Dove rimane, finché sua moglie Elena non gli legge “Tommaso e il fotografo cieco” di Gesualdo Bufalino. «Un libro bellissimo, che non conoscevo. 

Per fortuna ho una grande compagna che mi sostiene moltissimo» sorride Giovanni. Che ricomincia a fare qualche scatto in digitale, «più per tenere la macchina fotografica in mano e ricordami chi ero». È stato poi Costantino Ruiz, fotografo e reporter spagnolo, nel 2020 in piena pandemia, a «spingermi a usare con più attenzione gli altri sensi, il tatto in particolare, per tornare a fotografare. All’inizio il mio bastone, la mia pipa, il tavolo, la gatta, finché non ho ritirato fuori le mie macchine fotografiche analogiche». A guidarlo, la memoria dell’esperienza tecnica. Il calore dei raggi del sole sul corpo, «che mi dice da dove viene la luce». E ancora una volta le mani, per toccare. «Quando dico le mani che vedono, è reale questa cosa». 

L’incontro con Alessio

E la sta insegnando ad Alessio, un ragazzino di 14 anni cieco dalla nascita, appena conosciuto a Catania alla mostra “Di luce e di vita. I due tempi di Giovanni Caruso” a cura di Marco Pirrello e Nancy D’Arrigo. Intanto, Caruso lavora a un nuovo progetto, “La panchina”. «Ogni panchina è un piccolo centro sociale, una storia», per le strade che il fotografo esplora con il bastone bianco con la “cianciana” (campanella) e Jazz al suo fianco. «Adesso fotografo solo in bianco e nero, piccole storie raccontate in poche immagini o addirittura in una sola che io non vedrò mai, ma penso che in ognuna ci sia almeno una storia mia, interiore. È un mistero anche per me».

22 maggio 2026