Quando ha vinto contro Jannik e Carlos erano entrambi giovanissimi, ma già ti “toglievano il fiato”. Oggi, oltre a fare il commentatore per Sky, allena Massimo Giunta “un giovane ragazzo di Roma in forte ascesa”

Andrea Barilaro

23 maggio – 17:17 – MILANO

Salvatore ‘Sabbo’ Caruso, l’ultimo italiano che ha battuto Sinner. “Venti agosto 2020, qualificazioni di Cincinnati, primo torneo dopo lo stop per il Covid. Si giocava a Flushing Meadows, New York, stessi campi dello Us Open. Perdo il primo 7-5, poi rimonto e chiudo 6-2 al terzo”. Game, set and match Caruso da Avola, provincia di Siracusa. Da allora, Jannik è diventato la cryptonite dei colleghi italiani: 19 derby vinti di fila, l’ultimo contro Pellegrino agli ottavi di Roma. “Ogni volta che gioca contro un italiano, tifo fortissimo per Jan”, ammette col sorriso ‘Sabbo’, classe ’92, best ranking n.76 e ritiratosi giusto un anno fa. E dai, voi non fareste lo stesso?

Quando ha saputo del suo record? 

“Me l’hanno detto durante un Challenger a Todi nel 2023. Io ho risposto: ‘Ma davvero?’. Non sono uno che guarda le statistiche. Sono ancora l’ultimo italiano ad aver vinto, anche se di questi tempi batterlo è difficile un po’ per tutti”. 

Ripercorriamo quella partita? 

“Era uno Jannik in costruzione: ‘spaccava’ già la palla come adesso, c’erano però momenti in cui tirava dappertutto. Dopo aver perso il primo, nel secondo faccio un break un po’ così, lui si disunisce e perde qualche certezza. Io giocavo molto sull’aspetto mentale, era il mio forte. Al terzo la vinco, però non ti nego che mi sono subito detto: tra sei mesi, forse un anno non ci posso più competere. Era comunque già 70 del mondo, pochi mesi dopo avrebbe vinto il primo titolo Atp a Sofia e in quel torneo c’ero anche io. Nei giorni di pausa ci siamo allenati insieme, ho ancora i video girati dal mio osteopata. Me li conservo gelosamente, perché dai, non è da tutti…”. 

La prima volta che vi siete conosciuti? 

“Al Challenger di Como nel 2018, torneo che ho vinto. Lui aveva 17 anni, era un ragazzino. A quell’età capita che fai comunella con gli amici, un po’ di sano cazzeggio. Lui no. Lo vedevo sempre lì, in disparte con il suo team, gestiva ogni cosa in maniera diversa rispetto ai suoi coetanei. Molto più matura. Studiava, analizzava ogni minima cosa. È l’aspetto che più mi aveva colpito. E la settimana dopo abbiamo anche giocato insieme il doppio a Genova”. 

“Vinciamo subito una bella partita, poi perdiamo al secondo turno. Ricordo ancora la chiamata di mio padre: ‘Sabbo, ma perché hai giocato il doppio con questo ragazzino?’, mi chiede. E io gli rispondo: ‘Papà, guarda che questo qui diventerà forte forte eh…’. È un siparietto che ricordiamo ancora oggi”. 

Forte forte, e va bene. Ma si sarebbe aspettato così tanto forte? 

“Se dicessi di sì sarei un bugiardo. Immaginavo sarebbe entrato tra i primi dieci, anche cinque del mondo. Ma vederlo dominare così… Però ripeto, dietro c’è uno studio, una preparazione, una maturità fuori dal comune. In ogni intervista parla di miglioramento. Pensate: è il numero uno del mondo, sta distruggendo tutti da mesi ma comunque parla di cosa può aggiungere al suo gioco. Ecco perché è di un altro livello rispetto a tutti gli altri”. 

Qual è il suo segreto nei derby contro gli italiani? 

“Sembra che li vinca già prima di scendere in campo. Ma questo vale anche per gli altri giocatori, non solo gli italiani. Siamo in quella fase lì, si è creata un’aura attorno a lui: quando qualcuno sa che deve giocare contro Sinner, parte quasi sconfitto. Ho visto il finale della partita contro Rublev a Roma. Andrey è uno di cuore: si arrabbia, spacca racchette, diventa una iena. Questa volta era tranquillo, quasi a dire: ma io con questo cosa devo fare? Mi viene da pensare a Nadal quando entrava sul centrale di Parigi, due set li aveva già vinti nel tunnel. C’è anche il famoso video prima della finale contro Ruud. Guardandolo in faccia, sembrava che il norvegese si chiedesse: ma io cosa ci faccio qui? Adesso con Jannik succede la stessa cosa, scalfirlo sembra impossibile già prima di iniziare il riscaldamento”. 

Due parole e un numero: Roland Garros 2019… 

“Rispondo emozione. È stata un’esperienza bellissima. Parto dalle qualificazioni, vinco tre partite di fila, poi nel main draw batto Munar al primo turno. Quindi sfido Simon sul campo 14: francese, padrone di casa, il pubblico tutto per lui. La partita migliore della mia carriera. Poi arriva la sfida contro Novak Djokovic sul Philippe Chatrier, terzo turno. Lui, abituato a quei palcoscenici, aveva giusto un box con poche persone. Io invece ne avevo chiesti due, eravamo tipo in trenta e non ci stavamo. E poi l’ingresso in campo: pagherei per rivivere quei trenta secondi”. 

Ci sono analogie tra il Djokovic di allora e il Sinner di oggi? 

“Sì e no. Nole ti portava a pensare di dover fare tutto perfetto per vincere il punto. Contro gli altri giocatori, quando ti capita un dritto semplice da metà campo pensi: okay, tiro forte e il punto è fatto. Con lui no, ti costringeva a pensare di dover colpire la riga, altrimenti la palla ti tornava indietro e il punto lo faceva lui. Ti faceva alzare l’asticella in automatico, era incredibile. E se calavi era finita. Con Sinner è diverso per una semplice ragione”. 

“Quando giochi contro di lui rischi davvero di essere preso a pallate. Non ti porta all’errore, semplicemente non vedi palla. Ti toglie il fiato, non appena colpisci vedi che la pallina ti torna subito indietro. Questa cosa l’ho percepita anche quando ho affrontato un giovanissimo Carlos Alcaraz”. 

Ripercorriamo anche quella partita? 

“Challenger di Siviglia, era il 2019, Carlitos aveva tipo 16 anni. Un pischello. Ero sotto 6-4, 5-2, poi sono riuscito a vincere. Non chiedermi come, ancora non lo so. A fine partita viene a parlami Juan Carlos Ferrero, all’epoca suo coach, lo conoscevo bene perché mi ero allenato tante volte nella sua accademia. Mi chiede: ‘Allora? Come ti sembra il mio giovanotto?’. Io rispondo: ‘Ma che vuoi che ti dica? Ha solo 16 anni e fa già paura’. Faceva la stessa identica cosa di Sinner, ti toglieva il fiato”. 

Cosa fa oggi Salvatore Caruso, un anno dopo il ritiro? 

“Guarda, in questo momento esatto sto seguendo il Giro d’Italia”. 

L’ha sempre seguito il ciclismo? 

“Macché! In totale sincerità, anni fa ero uno che lo disdegnava completamente. Mi chiedevo: c’è davvero gente che spende 12mila euro per una bicicletta? Poi, dopo la prima uscita con gli amici, sono tornato a casa e… ho speso 6mila euro per una bicicletta”. (sorride) 

Come va la vita da ex tennista? 

“Direi bene, sono super impegnato. Alleno Massimo Giunta, un giovane ragazzo di Roma in forte ascesa. Questa è l’attività principale, perché comunque mi piace stare in campo, vivere le partite anche se in una veste diversa. Poi sono commentatore per Sky Sport, il mondo delle telecronache mi ha sempre affascinato e mi trovo benissimo. È stupendo quando, durante il fine settimana, vado a commentare il tennis e in redazione mi ritrovo a parlare di atletica, pallavolo, soprattutto Formula 1 e MotoGP, di cui sono un super appassionato”. 

Oltre Massimo Giunta, altri talenti italiani da segnalare? 

“Chiaramente Federico Cinà. Poi Jacopo Vasamì, però lui devo ancora inquadrarlo. L’ho visto a Roma lo scorso anno, colpisce la palla in maniera clamorosa. Gli scoppia, un po’ come quando colpisce Sinner. Cito anche Pierluigi Basile, ha talento e la testa sulle spalle”. 

Quattro italiani nei primi 20: ci avrebbe scommesso? 

“Stiamo vivendo un periodo storico clamoroso. Cioè, il 20% dei primi venti sono italiani! Non ci avrei puntato un euro. Perché una cosa è avere il numero 1 del mondo, un’altra è averne così tanti forti. E infatti abbiamo vinto tre Coppe Davis di fila, significa che la Federazione sta facendo un bellissimo lavoro”. 

Allenatore e commentatore, quindi? 

“Ho anche una notizia: a luglio diventerò papà per la prima volta. È un maschietto, si chiamerà Enrico”. 

“Farà quello che vuole. Io di sicuro a ottobre, quando giocherò la Serie A, me lo porterò dietro. Sarà un’emozione indescrivibile, come quando ho vinto a Barcellona: ricordo un abbraccio di almeno tre minuti col mio coach Paolo”. 

Quando le chiederà che tennista è stato il suo papà? 

“Gli dirò che era uno che correva davvero tanto, uno con la testa dura. Uno che, quando aveva in mente di fare una cosa, faceva di tutto per raggiungerla. Uno che si è goduto il viaggio, nonostante qualche momento complicato. Uno che ha dato tutto se stesso per questo sport e che, oggi, quando si guarda indietro non ha rimpianti”. 

Risposte secche: chi vince il Roland Garros? 

“Sinner. E faccio il tifo per lui”. 

“Io sono ferrarista puro, adoro Leclerc. Però dico il nostro Antonelli. Facciamo così: quest’anno vince con la Mercedes, poi però deve venire in Ferrari”. 

Sinner RE di Roma: abbonati alla Digital Edition + Poster Prima Pagina a 4,99€/mese

“Bezzecchi tutta la vita. Che grande il nostro Bez”.