Bologna, 23 maggio 2026 – Ci sono storie che lasciano a bocca aperta, fanno scalpore, fanno discutere, interrogano nel profondo la collettività. Un titolo di giornale, una foto, una notizia. Poi passano e finiscono dimenticate. Proprio perché questo non accada hanno scelto di parlare i genitori di una vittima, una delle tante vittime silenziose di reati spregevoli. La mamma e il papà di questo ragazzino, aggredito da una baby gang a soli 15 anni a colpi di machete e rimasto lesionato al viso e alla mano, hanno deciso di rompere il silenzio per raccontare di un dolore senza fine, di una ferita che non si rimargina, di una famiglia che lotta, con fatica e con coraggio, per tornare alla normalità mentre i tempi della giustizia procedono a rilento.
I fatti
È trascorso ormai più di un anno da quando il figlio, di Medicina (Bologna), studente 15enne all’aeronautico di Forlì, fu aggredito nel parco dell’agraria di Cesena in una spedizione punitiva messa in atto, per un presunto debito di droga, da ragazzi della sua età a colpi di machete, manganello telescopico e coltello: ha subito la lesione di tre dita, poi quel fendente violentissimo al volto, un taglio partito dall’orecchio che ha attraversato la guancia sinistra in profondità e lo ha costretto a sottoporsi a un delicato intervento chirurgico maxillofacciale. L’aggressione risale al 15 aprile 2025.

Studente di 15 anni di Medicina aggredito da un gruppo di coetanei nel parco della scuola agraria di Cesena, il 15 aprile 2025
Le indagini
Per quel fatto, sono indagati 8 minorenni cesenati tra i 15 e i 17 anni.Gravi le accuse contestate, tra cui lo sfregio permanente e le lesioni gravissime. Ma sul fronte processo ancora si attende l’udienza. “La giustizia minorile ha da sempre un fine di recupero, non di punizione – spiega l’avvocato Gabriele Bordoni, che assiste la famiglia –. Ma di fronte a fatti come questo, indelebili per la vittima, almeno che il recupero dei colpevoli sia davvero ottenuto, non solo tentato”. A raccontare delle ferite che restano, la mamma della vittima.
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La lettera dei genitori della vittima
Di seguito riportiamo la lettera integrale al Carlino del papà e della mamma del ragazzo aggredito.
“Ci sono ferite che non si vedono. Non fanno rumore, non lasciano sempre segni evidenti, non finiscono quando si chiude una porta o quando tutti tornano a casa. Restano dentro. Cambiano il modo di guardare il mondo, di fidarsi degli altri, di sentirsi al sicuro.
Scrivo queste parole da genitore di un figlio vittima di un’aggressione brutale, ma potrei essere qualunque madre o qualunque padre.
Negli ultimi tempi ho visto negli occhi di mio figlio qualcosa che nessun genitore dovrebbe vedere: la paura, il silenzio, il tentativo di sembrare forte quando dentro si è spezzato qualcosa.
Non entrerò nei dettagli. Non cerco compassione pubblica, né vendetta, ma solo giustizia.
Non cerco compassione pubblica, né vendetta, ma solo giustizia
Non voglio esporre un ragazzo che sta cercando, con fatica, di ritrovare serenità e fiducia.
Ma voglio dire una cosa a chi pensa che certi gesti siano “solo un momento”, “solo una bravata”, “solo uno scherzo”, solo un “non volevo farlo” perché poi, alla fine, ha scelto di farlo.
Per chi li subisce, non è mai un “solo”.
Ciò che per alcuni dura pochi minuti, per altri continua per settimane, mesi, forse anni. Continua nei pensieri prima di dormire, nella paura di uscire, nell’ansia di incontrare certe persone, nel sentirsi improvvisamente soli in un mondo che dovrebbe proteggere.
Ciò che per alcuni dura pochi minuti, per altri continua per settimane, mesi, forse anni
Dietro ogni vittima c’è una famiglia che raccoglie pezzi invisibili. Che prova a trovare parole giuste quando non esistono. Che si sente impotente davanti a un dolore che non può prendere su di sé.
A chi ha fatto del male, o a chi non ha fatto nulla per evitarlo e a chi ha ben pensato che uscire armati di casa per comporsi in un branco fosse la scelta vincente, vorrei dire questo: prima o poi crescerete. E quel giorno dovrete convivere con la persona che siete stati.
Forse oggi vi sentite forti nel branco, protetti dalle risate degli altri, convinti che umiliare qualcuno vi renda più grandi e vittoriosi nella vostra spedizione punitiva e che magari ancora oggi, a distanza di un anno vi vantate del vostro gesto con gli amici. Ma la verità è che chi ferisce deliberatamente una persona indifesa mostra soltanto la propria povertà umana.
Chi ferisce deliberatamente una persona indifesa mostra soltanto la propria povertà umana
Le cicatrici che lasciate sugli altri raccontano molto più di voi che di chi le porta.
E un giorno capirete che il vero fallimento non è essere stati vittime, ma essere diventati persone capaci di infliggere dolore, rischiando di uccidere, senza fermarsi davanti alla paura o alla dignità di un altro essere umano.
Spero che troviate il coraggio di capire davvero cosa avete lasciato dentro qualcuno. Perché la forza non è umiliare, spaventare o colpire chi è più vulnerabile. La forza è sapersi fermare. È avere umanità quando gli altri ridono. È scegliere di non fare male.
A più di un anno da quanto accaduto, senza ancora un processo, ciò che ci aspettiamo è semplice: che il tempo non cancelli la gravità di ciò che è successo. Perché per chi subisce certe esperienze il tempo non passa davvero mai. Ogni attesa pesa come un altro silenzio imposto.
A più di un anno da quanto accaduto, senza ancora un processo, ciò che ci aspettiamo è semplice: che il tempo non cancelli la gravità di ciò che è successo
Mio figlio sta cercando di andare avanti, ma nessuno esce indenne da un trauma. Alcune ferite cambiano il modo di vivere, di muoversi, di guardare negli occhi qualcuno non sapendo se potrai fidarti veramente, di relazionarsi agli altri e perfino di guardare il proprio futuro. Ci sono giorni in cui cerca di essere il ragazzo di prima, e altri in cui il peso di ciò che ha vissuto torna improvvisamente presente.
Anche le limitazioni fisiche ricordano ogni giorno ciò che è accaduto. Le lesioni riportate alla mano e al volto non hanno colpito soltanto il suo corpo: hanno spezzato il percorso che stava costruendo con entusiasmo e sacrificio suo e della sua famiglia.
Mio figlio sognava di diventare pilota di aereo. Aveva scelto una scuola, una strada precisa, un futuro che desiderava profondamente e che si meritava. Quel sogno gli è stato strappato via.
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Ha dovuto cambiare scuola, rinunciare alla vita del convitto che amava, abbandonare progetti, amicizie, prospettive e quella serenità che ogni ragazzo dovrebbe avere il diritto di vivere.
E forse è questa la ferita più difficile da spiegare: non solo ciò che gli è stato fatto quel giorno, ma tutto ciò che gli è stato tolto dopo. Perché quando si distruggono i sogni di un ragazzo, non si ferisce soltanto il presente. Si cambia per sempre il futuro che aveva immaginato e che meritava di costruire.
Quando si distruggono i sogni di un ragazzo, non si ferisce soltanto il presente. Si cambia per sempre il futuro
Alla Giustizia non chiediamo vendetta. Chiediamo serietà, responsabilità e tempi umani. Chiediamo che il dolore di una vittima non venga lasciato sospeso per anni, quasi fosse destinato a sbiadire nell’indifferenza.
La Giustizia non è soltanto una sentenza. È anche il tempo in cui arriva.
Perché quando una famiglia aspetta troppo a lungo, il rischio è sentirsi abbandonata due volte: prima dalla violenza subita, poi dal silenzio delle istituzioni.
Un ragazzo vittima di questi episodi non può restare sospeso per anni in attesa che qualcuno riconosca ufficialmente ciò che la sua vita porta addosso ogni giorno.
Ai ragazzi responsabili e alle loro famiglie chiediamo soprattutto una cosa che oggi sembra rarissima: una vera presa di coscienza. Non il silenzio, non le giustificazioni, non il tentativo di minimizzare. Ma il coraggio di guardare in faccia il male fatto.
Perché educare non significa difendere e giustificare sempre i propri figli a ogni costo. Significa anche insegnare loro ad assumersi le conseguenze delle proprie azioni.
Educare non significa difendere e giustificare sempre i propri figli a ogni costo
E alle istituzioni chiediamo di non lasciare sole le vittime e le loro famiglie. Perché dopo certi episodi non finisce tutto con un verbale o un’indagine. Inizia una battaglia lunga, fatta di paura, visite, attese, notti insonni e tentativi continui di ricostruire una normalità. E alle istituzioni chiediamo di non intervenire soltanto dopo l’ennesima tragedia o quando un episodio finisce sui giornali.
Ogni giorno assistiamo a episodi di violenza tra ragazzi sempre più gravi, sempre più crudeli, spesso trattati come semplici fatti di cronaca destinati a essere dimenticati in fretta. Ma dietro ogni notizia ci sono vite spezzate, famiglie distrutte, giovani segnati per sempre.
Non basta indignarsi per un giorno. Servono presenza, educazione, ascolto, prevenzione e il coraggio di insegnare ai ragazzi il valore del rispetto umano prima che sia troppo tardi.
La società non può e non deve abituarsi alla violenza dei giovani senza interrogarsi profondamente sulle sue cause.
E spero anche che questa società smetta di minimizzare. Perché troppe volte il dolore dei ragazzi viene liquidato come “cose che capitano”.
No. Non dovrebbero capitare.
Ogni ragazzo dovrebbe sentirsi al sicuro. Ogni genitore dovrebbe poter mandare un figlio fuori casa senza paura di ritrovarlo dentro un’ospedale in gravissime condizioni per mano di altri individui, e trovarlo cambiato dentro e fuori.
Questa lettera non ha nomi, ma il dolore è reale.
E reale deve diventare anche la responsabilità di tutti”.

