di Gabriele Principato
Il cantautore ricorda l’amico Carlo Petrini: «Mi mancheranno anche i suoi scherzi»
«Era un democratico, un uomo di sinistra che voleva educare la gente ad amare il proprio mondo e ad essere capace di autodeterminarsi. Con questo approccio Carlin ha lanciato messaggi che stanno cambiando il mondo. Pensi che era amico di Papa Francesco, si chiamavano e parlavano di tutto ciò. Aveva fantasia e anche un gran “culo” perché tutto quello che tentava di fare gli riusciva. Da quando ci conoscemmo alla fine degli anni ’70 abbiamo fatto parte l’uno della vita dell’altro».
Ha la voce carica di entusiasmo Roberto Vecchioni nel raccontare di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food ma soprattutto uno dei suoi amici più stretti, scomparso a 76 anni, nella notte tra giovedì e venerdì, nella sua casa di Bra, in provincia di Cuneo. «È triste che Carlin non ci sia più. Ma il ricordo è allegro, è bello, è piacevole. Pensarlo mi fa contento. Poi, quante ne abbiamo fatte insieme», chiosa con un sorriso il cantautore.
Ci racconta un episodio?
«Spesso quando la sera eravamo insieme io, David Riondino, Roberto Benigni e Francesco Guccini, facevamo il gioco delle ottave, una sorta di gara poetica in cui uno partiva con una strofa su un tema e gli altri a turno lo seguivano in rima sullo stesso argomento. Finiva sempre in un litigio. Ed era allora che interveniva Carlin. A suon di scappellotti e con la sua voce potente ci rimetteva in riga. Sapeva sia essere un paciere che fare scherzi memorabili…».
Che tipo di scherzi?
«A volte alle feste ci fingevamo della polizia, lui faceva l’ispettore e io l’appuntato, fermavamo persone che non conoscevamo e le interrogavamo facendogli credere ci fosse fuori una macchina per portarle in caserma. Ci cascavano, perché lui era bravo a recitare. E poi era l’unico che veniva in abito intero con camicia e cravatta, era sempre perfettamente a posto. I malcapitati si prendevano certe paure. Poi rivelavamo lo scherzo e si rideva tanto…».
Dove vi siete conosciuti?
«Al Club Tenco — una fra le più note associazioni senza scopo di lucro dedicate al sostegno della canzone d’autore —, avevamo circa trent’anni. Lui era parte del Trio di Bra che con Azio Citi e Giovanni Ravinale si esibiva sul palco dell’Ariston in ironiche performance cabarettistiche. Aveva un grande umorismo. Era stata sua l’idea di trasformare l’infermeria del teatro in un luogo in cui al posto dei medicinali c’era vino. Era un modo goliardico di dire: “Se sei incasinato, vieni e con qualche bicchiere ti passa tutto”. Poi, aveva anche una eccezionale visione culturale».
Ce ne parli.
«Fu lui nel 1980 ad avere l’idea geniale di portare sul palco le Gemelle Nete, duo di anziane musiciste autodidatte delle Langhe che si esibivano con canzoni popolari accompagnate da banjo e chitarra. Le scoprì lui, poi Renzo Arbore le portò in televisione. Amava la cultura della sua terra. Sapeva vedere oltre, come fu con Slow Food e Pollenzo».
Progetti che ha vissuto.
«Carlin ha avuto due idee fondamentali: Terra Madre, la rete mondiale di comunità del cibo; e l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, un luogo straordinario che forma giovani di tutto il mondo alla cultura alimentare. Per realizzare questi progetti fece debiti. Non era una persona ricca. Tanti gli davano del folle. Ma ha avuto ragione su tutto. E sono stato felice di vivere per tanti anni questo suo mondo, venendo a conoscere i suoi studenti e cantare per loro innumerevoli volte… Eravamo insieme anche quando è nato il simbolo di Slow Food: la chiocciola. Sa come?».
Ci racconti.
«Quando andavamo per osterie ci dicevamo sempre quanto era importante la lentezza nell’assaporare, nel vivere le esperienze e nell’ascoltare le storie delle persone. Così gli suggerii di racchiudere queste idee in un simbolo. E lui per rappresentare questo volere invertire la marcia dei tempi scelse la chiocciola».
Quando vi eravate incontrati l’ultima volta?
«Tre anni fa, venne a consolarmi quando morì mio figlio Arrigo. Anche allora fu un amico grandissimo. E non potrò mai scordare come anni prima lo prese e lo portò per 7 o 8 mesi a lavorare con sé prendendosene cura in un periodo in cui stava male. Nessuno aveva il cuore più grande di Carlin Petrini».
23 maggio 2026 ( modifica il 23 maggio 2026 | 23:35)
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