di Micol Sarfatti, foto di Gianmarco Maraviglia

La nostra indagine si chiude con un’intervista alla persona alla guida della metropoli da 10 anni. «I tempi non aiutano, però voci importanti si stanno affievolendo. Trenta, quarant’anni fa c’era maggiore coesione tra i ruoli apicali della società»

Milano città che sale, lo diciamo da inizio 900, città delle opportunità, dei grandi eventi, poi Milano città esclusiva, dal mercato immobiliare inaccessibile, dalla sicurezza sfilacciata. Su 7 abbiamo provato a raccontare come cambia la nostra metropoli «vicino all’Europa», con 20 puntate di una serie in cui si sono alternati giornalisti del Corriere, scrittori e rappresentanti della società civile e in cui sono stati affrontati, con diversi punti di vista, temi come università, lavoro, industria, casa, accoglienza, religione e cultura. Per provare a capire che cosa che cosa funziona e che cosa no. L’ultimo capitolo di questo racconto è un’intervista collettiva con il sindaco Beppe Sala, che è venuto a trovarci in Sala Albertini e ha risposto alle domande di autrici e autori dell’inchiesta.

Virginia Nesi: Milano è la principale città universitaria italiana: 8 atenei, oltre 210 mila studenti. Crede sia questa una grande chance per attirare e trattenere i giovani talenti? Come si potrebbe lavorare per rendere gli affitti più accessibili a chi sceglie la città per lavorare o iniziare la carriera?
«Per decenni a Milano si è pensato alle fasce più disagiate della popolazione, cioè a chi abita nelle case popolari. Ad oggi oltre 100.000 persone vivono in questi alloggi, che nessun altro comune italiano ha, e pagano circa 150 euro di affitto al mese. Il problema dell’abitare si è poi esteso anche ai redditi medio bassi. Lo dico con sincerità: il Comune non avrà nei prossimi anni le risorse sufficienti per costruire. Il punto è capire se si vuole stringere o meno un’alleanza con l’edilizia privata per nuove case a prezzi più accettabili. L’analisi condotta da Carlo Cottarelli per Aspesi, Assimpredil-Ance, Assoimmobiliare, ritiene questa strada difficile da praticare. Se le cose stanno così e si chiede invece al Comune di costruire bisognerà fare delle rinunce. La prossima giunta dovrà avere il coraggio di dire ai milanesi che, per avere un mercato immobiliare più accessibile, dovranno accettare la riduzione di altri servizi. Nel mio piccolo, in questo secondo mandato, ho provato a fare lo stesso con la sicurezza. Ho usato la maggior parte dei fondi per assumere nuovi vigili e penalizzato altre cose. Sul tema della casa ci vorrebbe, a livello nazionale, un impulso forte del Governo, che al momento non c’è».



















































Daniele Manca: In questo momento il Paese è stabile, ma non cresce perché la distinzione tra politica e amministrazione locale non c’è. Milano può far capire che è importante muoversi e portare avanti idee e progetti a prescindere dalle risorse stanziate a livello nazionale?
«Quando ho iniziato il mio mandato, dieci anni fa, ho pensato che la città avesse bisogno di far crescere la sua reputazione internazionale. Così è stato: il turismo è raddoppiato, quasi la metà degli studenti del primo anno in alcune delle università è straniera, abbiamo grandi investimenti dall’estero, molti ricchi residenti grazie agli sgravi fiscali, il 21% della popolazione residente è straniera. Quale dovrebbe essere allora la visione del futuro? Credo si possa lavorare molto sull’economia della conoscenza: centri tecnologici e di ricerca , università. Per farlo però è importante credere nella partnership tra pubblico e privato, senza considerarla il demonio, e rilanciarla. La borghesia cittadina dovrebbe tornare ad avere un ruolo di supporto e iniziativa, oggi è molto ripiegata su sé stessa: è una reazione fisiologica alla crisi internazionale, andrebbe invertita la rotta. A Milano resistono la solidarietà e il volontariato, ma si è persa la capacità di progettare il futuro attraverso la creazione della ricchezza».

Dario Di Vico: Purtroppo sono pessimista, mi sembra che in questa fase gli strumenti amministrativi slittino sui problemi perché troppo piccoli rispetto ai processi economici. L’inflazione ha cambiato l’umore della città: ha fatto esplodere il problema dei costi della vita e delle case. Ora siamo, forse, davanti a una seconda ondata che potrebbe creare una spaccatura definitiva tra la città premium per i ricchi e quella inaffrontabile per tutti gli altri, ceto medio incluso.
«In questo mondo globalizzato la città ha un ruolo significativo, ma non ha strumenti e deve essere collegata alle politiche del Paese. Non è possibile che le città metropolitane, Milano, Roma Napoli, siano considerate come gli altri 8.000 comuni italiani. Ho perso ogni spirito polemico con l’attuale governo, non capisco però perché in tutti questi anni non ci sia mai stato un vero confronto: Milano resta il motore del Paese, ma nessuno ha mai avuto interesse nel sapere di quali aiuti avessimo bisogno o, semplicemente, di avere un quadro della situazione. L’inflazione è un problema enorme e Milano ne risente in modo particolare».

Vasiliki Pierrakea (imprenditrice, vicepresidente fondazione Fiera Milano e Terziario Donna Confcommercio): Sono arrivata a Milano dalla Grecia 21 anni fa e la scelgo ogni giorno, mi ha dato grandi possibilità. C’è una misura concreta per fare sì che Milano continui a essere accessibile e capace di valorizzare persone e talenti diversi?
«Credo sia necessario riflettere ancora sul tema dell’abitare, bisognerebbe trovare insieme al governo una soluzione, anche parziale del problema, visto che sta per lanciare un nuovo piano casa. C’è una quantità di sfitto significativa a cui si aggiungono i patrimoni immobiliari inutilizzati di banche e assicurazioni, sarebbe importante se riuscissimo a comprarle per offrirle a prezzi adeguati. La via, lo dicevo prima, non è costruire nuovi edifici. C’è poi un altro fattore: il turnover cittadino. Il 70% dei residenti a Milano è proprietario di casa, ma il 60% degli attuali residenti non lo era 15 anni fa, questo ricambio è innescato anche dall’inflazione. Molti sono costretti a lasciare gli appartamenti in città perché non riescono a sostenere il costo della vita. I super ricchi che godono degli sgravi fiscali sono circa 2000,vanno considerati nella giusta prospettiva. Milano attira tanti talenti da fuori, ma non sempre riesce a trattenere i suoi e fa i conti con una cappa di negatività globale, che mina l’entusiasmo verso il futuro».

Cristiana Mainardi (regista, produttrice cinematografica e anima del sistema Cinema Anteo): Da sindaco civico, come ha percepito la relazione con i milanesi e quale è stato l’insegnamento più significativo che ha ricevuto da loro?
«Torno qui: vedo spegnersi lo spirito della borghesia milanese. I tempi non aiutano, ma voci importanti si stanno affievolendo, non si affrontano temi alti, non c’è un orientamento culturale incisivo. I miei colleghi di altre grandi città mi riferiscono lo stesso scenario. Ci si accapiglia su tram e piste ciclabili e si perde di vista tutto il resto. Trenta o quarant’anni fa c’era un sistema più coeso tra sindaci e ruoli apicali della società: vescovi, direttori di giornali, rettori, presidenti delle associazioni, banchieri, imprenditori, tutti sentivano la responsabilità di fare sentire la propria voce per il bene della collettività. Oggi non è più così».

Giangiacomo Schiavi: Dalle lettere che ricevo per le pagine di Corriere Milano rilevo proprio questo: la mancanza di campi di forza e una grande insoddisfazione. Cosa potrebbe fare per creare delle procedure più dirette di dialogo?
«Avrei potuto delegare di più ai municipi, vicini ai cittadini. Non l’ho fatto perché avrebbe moltiplicato la richiesta di gare e concorsi, sarebbe stato giusto, ma complicato da un punto di vista burocratico. Bisognerebbe tornare a lavorare sulle citta metropolitane. È l’unica riforma amministrativa su cui è urgente intervenire»

Camilla Baresani: La mia esperienza con Milano, dove sono arrivata da Brescia nel 1980, è totalmente positiva. È una città che continua a sorprendermi, é piena di giovani e donne sempre più indipendenti, libere e creative. Tante però hanno paura a tornare a casa da sole la sera, a piedi o usando i mezzi. Cosa si può fare per rendere più sicura la percezione, e la realtà, di Milano?
«Ho la delega alla sicurezza: ogni giorno il comando dei vigili mi manda il rapporto su quello che succede. La maggioranza di chi commette crimini di strada non ha origini italiane: senza buonismo, il nostro Paese ha mancato moltissimo sul recupero delle devianze. Molti di questi, anche minori, gravitano sulla città e reiterano i reati perché hanno forti disagi psichici, ormai abbiamo rinunciato a curarli. C’è un senso di impotenza dello Stato nel confrontarsi con questi soggetti. Chi delinque prima o poi viene fermato, ma, a quel punto, ci sono due vie: o avvii un processo di recupero o li porti in carcere, oggi si fatica a mettere in pratica l’una e l’altra. I posti nell’Istituto Penale per Minorenni Beccaria sono limitati, il Pm non firma il fermo, si va avanti con gli avvisi. Nel nostro Paese resta una sensazione di impunità e questo è un rischio».

Micol Sarfatti: Milano continua ad attrarre persone che qui iniziano le loro carriere e qui si incontrano. Il tasso di occupazione femminile non è mai stato così alto. Come si possono sostenere le giovani coppie, soprattutto quelle fuori sede che non hanno rete familiare, nella conciliazione tra lavoro e famiglia?
«A Milano l’amministrazione investe molto per gli asili nido comuali, ma i posti sono meno rispetto alla richiesta. È una delle questioni da risolvere al più presto. Sarebbe terribile vedere giovani coppie rinunciare a costruire una famiglia per la mancanza di sostegni. Anche le aziende dovrebbero fare la loro parte: molte fanno ancora ottimi utili, gli stipendi andrebbero aumentati. È una battaglia da riprendere».

Daniele Manca: Proporrebbe il patto con i privati e i corpi intermedi di cui parlava prima?
«Ora ho diversi fronti da gestire, compresi quelli con la Procura. Come ultima eredità però vorrei davvero indicare, attraverso queste collaborazioni, quale dovrebbe essere la strada da prendere nella prossima stagione di Milano, a prescindere dai candidati».

Carlo Verdelli: La legge attuale non prevede che i sindaci possano candidarsi per il terzo mandato, se dovesse cambiare per la primavera 2027, quando i milanesi saranno chiamati a eleggere il nuovo primo cittadino, accetterebbe l’invito a ricandidarsi?
«Ho lo stesso entusiasmo degli inizi, vorrei continuare in politica, ma non sarebbe semplice: resto un uomo del fare, il mio meglio lo so dare solo se posso agire operativamente. Il sindaco è il mio lavoro, sono però profondamente toccato da quello che si è scatenato intorno a me, e ai miei collaboratori, per le indagini della Procura. In questo momento direi di no a una ricandidatura, vorrei si facesse avanti qualcuno senza il mio portato. Sono provato dal peso emotivo, che, nell’ultimo anno e mezzo, ho tenuto sulle spalle».

Beppe Severgnini: La legge al momento impedisce una ricandidatura a sindaco, ma non una candidatura a livello nazionale e l’anno prossimo ci saranno le elezioni politiche. Se dovesse arrivare una proposta di questo tipo, quanto tempo le ci vorrebbe per dire sì? Da presidente del Consiglio: quale sarebbe la prima cosa di cui Milano avrebbe bisogno da un nuovo Governo?
«Resto nel campo del realismo, non credo possa arrivarmi una proposta del genere. Sarei però disponibile a dare un contributo al Governo di questo Paese. In questo momento Milano avrebbe bisogno di valorizzare quello che ha: trasporto pubblico, sviluppo ambientale e molto altro. Ne beneficerebbe tutto il Paese. Ogni anno partono verso Roma 20 miliardi di sole tasse sul reddito generate da persone fisiche o imprese, ma la città riceve dallo Stato 500 milioni. Non ci facciano passare per egoisti. Manca la percezione del valore di Milano e di quello che potrebbe dare».

Marco Castelnuovo: Ha un rimpianto in questi 11 anni da sindaco?
«La riapertura dei Navigli sarebbe stato un progetto rivoluzionario, non so però se avremmo avuto i fondi e la forza. Torno sull’inflazione: difficile dire oggi cosa si sarebbe potuto fare di più. Il mio primo mandato è stato glorioso, il secondo difficile, anche a causa del Covid e della situazione internazionale. Non sempre abbiamo saputo comunicare bene quello che stavamo facendo e resta una parte di Sinistra giudicante con cui fare i conti. In sintesi, direi, che il mio rimpianto è non aver esercitato più pressione verso l’alto e non aver comunicato meglio verso la base». 

23 maggio 2026 ( modifica il 23 maggio 2026 | 16:17)