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“Fjord” di Christian Mangiu, palma d’oro a Cannes 2026, è forse il film più stimolante e positivamente ambiguo visto in questa edizione. Il maestro romeno, tra i più amati dal pubblico della Croisette, ci porta in Norvegia, rievocando una vera vicenda giudiziaria che coinvolse una famiglia una decina di anni fa, in un film molto profondo e molto attuale.
“Fjord” – La trama
Per Mihai (Sebastian Stan) e Lisbet Bodnariu (Renate Reinsve) la Norvegia può e deve essere il futuro. Lui è romeno, lei è natia di quel piccolo villaggio dove ora si sono trasferiti in cerca di una nuova vita con i loro cinque figli. Sono, al contrario di quasi tutti nella comunità, molto religiosi. Pregano ogni giorno, vanno a messa, la prole non può usare internet, ballare, giocare ai videogiochi, ma nonostante questo paiono essersi inseriti tutto sommato bene. La secondogenita Elia (Vanessa Ceban) in particolare è diventata molto amica della carismatica e ribelle Noora (Henrikke Lund-Olsen), la figlia dei loro vicini.
Durante una lezione di ginnastica, l’insegnante si accorge di alcune escoriazioni sul collo di Elia, e avvisa immediatamente i Servizi Sociali. Nel giro di poche ore, Elia e suo fratello Emmanuel (Jonathan Ciprian Breazu) vengono interrogati, poi separati dalle autorità dai loro genitori in via precauzionale. Lo stesso capita agli altri fratellini, persino il nuovo nato di pochi mesi. Comincerà per i due coniugi un’estenuante battaglia legale contro lo stato norvegese, con solo il loro avvocato Mia (Lisa Carlehed) a difenderli.
“Fjord” è un film sottile, arguto, molto difficile da leggere perché più che dare risposte, Christian Mungiu come sempre preferisce concentrarsi sulle domande, sui dubbi, su quella zona grigia tra giusto e sbagliato che spesso dipende dal punto di vista, ideali, cultura. La storia, scritta da Mungiu assieme a Tudor Reu, si rifà alla vera storia dei coniugi Marius and Ruth Bodnariu, che nel 2015 si videro separare dai loro cinque figli con l’accusa di maltrattamenti e che finirono al centro di un caso mediatico e politico internazionale.
Quella storia però è solo una traccia, un principio, perché Mungiu per il resto lavora di fantasia, ma sempre con un occhio al realismo, alla verosimiglianza, con il suo solito stile asciutto, freddo ma non per questo privo di vibrazioni od emozioni, anzi. Il risultato finale è un mix tra giallo, legal drama e film di formazione, visto che non c’è solo il punto di vista dei “grandi”, ma anche dei più giovani, sballottati tra mille emozioni, messi di fronte a dilemmi che loro non vedono, non ancora, per fortuna. Un film che ti fa sentire coinvolto e non sempre piacevolmente.
Non esiste il torto o la ragione, esistono solo differenze
La famosa civiltà ed efficienza nordiche Mungiu le fa finire sulla graticola fin da subito in “Fjord”. Tutto funziona, tutto è civile, tutto è perfettamente organizzato, tutto è sotto le righe, persino i poliziotti parlano piano. Ma dietro tutto questo, ecco l’intolleranza, ecco l’ipocrisia, ecco un modello di chiusura culturale e mentale assoluti, che si basano su una falsa promessa di uguaglianza. La normalizzazione, la standardizzazione, sono imposte con una violenza sottile, fatta di regolamenti, procedure, mancanza di empatia dove l’eterno giudizio morale è tanto opprimente come lo sarebbe negli stati confessionali.
Difficile non patteggiare per i Bodnariu, ma attenzione: “Fjord” ci fa osservare da vicino anche il loro modello di civiltà e di famiglia. Sono oscurantisti, si isolano, i figli sono cresciuti pensando all’inferno per omosessuali o per chi non è credente. Sono due universi chiusi ed autoreferenziali che non possono dialogare e che si scontrano inevitabilmente. L’accusa di picchiare la prole è falsa o è sbagliata? Anche qui è l’interpretazione a dominare.
“Fjord” ha dalla sua una fotografia fredda e opprimente di Tudor Vladimir Panduru che ben si adatta a questo universo asettico, dove ogni distante dalla norma va ripreso, dove la violenza non è fisica d’accordo, ma quella psicologica pure non scherza.
Stan e la Reinsve sono perfetti nel mostrarci la disfunzionalità di una famiglia “tradizionale”, così come la Carlehed è forse la vera guida per una comprensione che parta da una verità fattuale: non tutto può convivere assieme e riconoscerlo è il modo migliore paradossalmente per l’armonia. Ciò che rimane, alla fine, è la certezza che i giovani sono i soli da cui prendere esempio, Noora ed Elia, quell’amicizia forte come lo sono quelle dell’adolescenza, basata non su credo, religione, stato o che, ma sull’affinità istintiva.
Forse Dio non esiste, forse la legge non esiste come la immagiamo, è solo l’ombra della giustizia. Ma esiste la sofferenza umana, esiste la solitudine, esiste l’ipocrisia e quello nessun tribunale e nessun ente può debellarlo. Non un capolavoro, ma un film acuto, attuale e molto intelligente.
Voto: 8
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