Centinaia di casi, 3 focolai nelle Rsa, decine di anziani uccisi dalla malattia. E’ un quadro preoccupante quello realizzato dal Seremi sulla diffusione della Legionellosi in Piemonte, in un rapporto che fin dalle prime righe sottolinea come «nel 2025, in Piemonte, sono stati notificati 389 casi di legionellosi, segnando il valore più alto dell’ultimo decennio». Una crescita costante: se il valore dell’anno precedente (384) è stato superato solo di poco, la differenza con il 2016 è ben più evidente. Allora i casi erano stati 114: in un decennio sono quindi più che triplicati.
La legionella è un genere di batteri che devono il proprio nome all’epidemia che nell’estate del 1976 colpì un gruppo di veterani della American Legion riuniti in un albergo di Philadelphia, causando ben 34 morti su 221 contagiati. Solo l’anno successivo si scoprì la presenza di un batterio fino a quel momento sconosciuto, “nascosto” nell’impianto di condizionamento dell’hotel. L’infezione da questo batterio, che molto spesso si annida nei tubi dell’acqua, in alcuni casi può dare origine alla Legionellosi, una polmonite che si manifesta dopo un’incubazione di 2-10 giorni, si cura con ricovero e antibiotici ma che si rivela letale nel 5-15% dei casi. Una percentuale che è la media tra la bassa mortalità tra i soggetti più giovani e sani e quella – piuttosto elevata – tra anziani e affetti da altre patologie.
Tornando al Piemonte, nel 2025 si sono registrati 4 focolai, di cui 3 localizzati in Rsa (2 in provincia di Vercelli e uno in provincia di Alessandria). Il 76% dei casi (296) è classificato come comunitario, ovvero privo di una fonte di infezione chiaramente identificabile. A livello provinciale «l’area territoriale con il tasso più elevato è stata la provincia di Vercelli, con un valore di 16,9 casi per 100.000 abitanti». Tasso minore ma numeri in crescita anche a Torino e provincia, dove si è passati dagli 85 casi del 2022 ai 189 del 2025. Ma a destare impressione sono soprattutto i numeri delle vittime: «In merito agli esiti della malattia, è stato ricostruito lo stato in vita dei pazienti di età superiore agli 80 anni a 30 giorni dall’esordio dei sintomi. Su un totale di 138 casi notificati in questa fascia d’età, si sono registrati 70 decessi. In circa il 50% di tali decessi, il quadro clinico era complicato dalla presenza di comorbilità pregresse». Quindi, in sostanza, tra i “grandi anziani” la Legionellosi in Piemonte uccide un contagiato su due. Soprattutto per questo, è fondamentale risalire all’origine dell’infezione per intervenire e rimuovere il rischio che il batterio continui a colpire. Purtroppo, come detto prima, nonostante gli sforzi nel 76% dei casi non è stato possibile rintracciarla, ma «nel periodo post-pandemico, si è registrato un sensibile aumento delle segnalazioni presso comunità residenziali, in particolare residenze sanitarie assistenziali (RSA), dove i casi sono passati da 7 a 51 nell’ultimo quinquennio, evidenziando la particolare vulnerabilità degli ospiti di tali strutture, spesso caratterizzati da fragilità pregresse». Solo 4 invece i casi in ambito ospedaliero, a conferma che le grandi strutture sanitarie sono sicure. Attenzione anche a chi viaggia: i casi di contagi in strutture alberghiere nel quinquennio sono quasi raddoppiati, passando da 20 a 38.
Alla luce di questi numeri, tra le raccomandazioni del Seremi spicca quella secondo la quale «si devono consolidare le strategie di prevenzione mirate ai soggetti anziani e nelle strutture sanitarie/sociosanitarie, ambienti in cui il rischio di aerosolizzazione rappresenta un pericolo maggiore».

