Le attività più comuni sono la richiesta di spiegazioni, la generazione di immagini e la scrittura di email. Ma c’è anche chi li usa per fact checking e consigli medici (soprattutto tra gli utenti più anziani)
Cosa fanno gli italiani e le italiane con ChatGpt, Claude, Gemini & co? Chiedono spiegazioni, delegano la scrittura di mail, cercano informazioni. A volte, generano immagini o si fanno aiutare con il linguaggio di programmazione. E, in alcuni casi, chiedono consigli su questioni personali e persino mediche. Tutti utilizzi di cui si parla da tempo, ma che ora, grazie a uno studio promosso dalla rete di ricercatrici e ricercatori italiani RiTA, è possibile quantificare – e contestualizzare – come mai prima.
Genere, età, conoscenza pregressa dell’AI, frequenza d’uso: grazie a questa ricerca – basata su un campione di quasi 2 mila partecipanti, coinvolti anche attraverso un articolo pubblicato proprio da Corriere LogIn – sappiamo questo e molto altro di chi usa i chatbot alimentati dall’intelligenza artificiale generativa (GenAI). Il risultato è una mappa capace di portare alla luce questioni spinose. Come il fatto che a chiedere consigli di natura medica a ChatGpt & co siano soprattutto gli utenti meno attrezzati a valutare criticamente i risultati. Oppure che le donne sono più restie degli uomini a buttarsi nell’usare questi strumenti. Dati – concreti – che impongono una serie di riflessioni. Soprattutto – per citare il paper di ricerca – su «chi è in lizza per beneficiare dei chatbot genAI» e chi no. «Chi ha avuto possibilità di formarsi rispetto all’AI generativa ne fa un uso più strumentale, che produce valore aggiunto», spiega la ricercatrice della Fondazione Bruno Kessler Beatrice Savoldi, tra le promotrici dello studio. «Chi non l’ha avuta, invece, se ne serve per lo più per attività passive, per puro intrattenimento o per cercare informazioni». Con conseguenze potenzialmente enormi, in termini di rischi, ma soprattutto di opportunità perse.
Gli strumenti scalzati dai chatbot
Il primo dato sorprendente che emerge dalla ricerca è la velocità con cui i chatbot GenAI sono riusciti a farsi largo nelle nostre abitudini: l’80% degli intervistati dichiara di averli usati almeno una volta nei 12 mesi precedenti all’indagine, superando gli assistenti vocali come Alexa e Siri (73%), che pure esistono da molto più tempo.
La ricerca indaga anche se e quanto i chatbot abbiano sostituito altri strumenti. Come gli assistenti alla scrittura (per intenderci: i software come Grammarly), abbandonati del tutto (20%) o in parte (24%) a favore dei chatbot. O i motori di ricerca, per cui le percentuali sono più basse ma comunque non trascurabili: sostituzione parziale per il 34% del campione, totale per il 5%. Tra i motivi, i più citati dagli utenti sono la comodità e la personalizzabilità, e non la fiducia nella qualità dei risultati. «Gli utenti, insomma, sembrano scegliere i chatbot principalmente perché sono accessibili e user friendly», commenta Savoldi.
Le attività svolte (e da chi)
Veniamo ora alle attività svolte con i chatbot GenAI. La più comune è la richiesta di spiegazioni (il 53% degli utenti dichiara di essersene servito per questo motivo almeno una volta nei 12 mesi precedenti), seguita dalla generazione di immagini (47%) e dalla scrittura di email (47%).
Significative anche le percentuali di chi usa i chatbot per generare idee e fare riassunti (42%), analizzare dati (31%), ricevere supporto nella programmazione (27%). Seguono attività come scrittura creativa (23%) o accademica (25%), progettazione di viaggi (23%), creazione di quiz (12%).
Un discorso a parte merita il fact checking, indicato dal 22% degli utenti benché non sia un’attività per cui i chatbot GenAI sono ottimizzati («La fattualità non è il loro punto di forza», chiosa Savoldi). I dati mettono in luce come ad affidarsi a questi strumenti per la ricerca di informazioni fattuali siano soprattutto gli utenti più anziani e meno alfabetizzati sui temi del digitale. E vale lo stesso per la richiesta di consigli medici (24%). Il pericolo, osserva Savoldi, è che questi utenti siano vittime di un equivoco di fondo: scambiare i chatbot per «versioni avanzate dei motori di ricerca», fidandosi più del dovuto dei risultati proposti. Che invece andrebbero sempre – è bene ricordarlo – presi cum grano salis.
Tornando all’elenco delle attività, il 23% del campione conversa con ChatGpt & co di questioni personali, il 10% per avere supporto emotivo (10%), non mancano la chat filosofica (7,5%) o romantica (1.3%). Tutte percentuali, avverte Savoldi, che oggi potrebbero essere più alte. «I nostri dati sono stati raccolti nell’estate del 2025», spiega, «ma tutti gli studi usciti da allora dicono che l’uso personale sta aumentando più velocemente di quello professionale». Motivo in più per mettere a fuoco le criticità. «Questi strumenti, ormai è noto, hanno la tendenza ad assecondare chi li consulta. Ma molte persone, soprattutto quelle che hanno competenze più fragili in materia di AI generativa, potrebbero non rendersene conto. E questo può avere esiti anche tragici: ci sono casi, ancora oggetto di indagine, in cui si sospetta che i chatbot possano aver giocato un ruolo in suicidi, ad esempio». E la responsabilità, enfatizza, «non è solo degli utenti ma anche di chi questi strumenti li ha creati».
Le piattaforme più usate
ChatGpt è in testa (74,5%), seguita – a distanza – da Gemini (37,4%). Importante sottolineare che tutti i dati dello studio di RiTA riguardano in modo specifico gli utenti italiani, a prescindere dal chatbot che usano. «Finora», precisa Savoldi, «la maggior parte delle ricerche sono state fatte su campioni anglofoni. Oppure su dataset delle aziende, limitati per definizione: raccontano solo le abitudini degli utilizzatori di questo o quel chatbot, e non ci dicono nulla su chi questi strumenti non li usa».
L’identikit dell’utilizzatore tipo (e dei “non-user”)
Per i membri di RiTA, invece, i cosiddetti non-user sono interessanti quanto gli utenti assidui. Grazie ai dati socio demografici raccolti, Savoldi traccia un identikit di entrambi: «L’utilizzatore tipo è un giovane uomo, con un titolo di studio elevato e un reddito alto, spesso già a suo agio con le tecnologie del linguaggio; mentre a non usare questi strumenti è, tipicamente, una donna over 65 non laureata, priva di esperienza in materia di AI, dal reddito medio o basso».
Guardando ai dati, emerge una spaccatura tra chi non si approccia a questi strumenti perché sente di non avere le competenze necessarie per farlo (il 40% circa) e chi se ne tiene alla larga deliberatamente. «Dati che ci spingono a chiederci se il modo in cui questi chatbot sono stati creati stia tagliando fuori i bisogni dei non-user». Ovvero? «Oggi come oggi, questi strumenti riflettono gli interessi dei loro sviluppatori: è inevitabile. E, poiché vengono ottimizzati sulla base degli utilizzi attuali, in prospettiva potrebbero allontanarsi ancora di più dalle necessità dei non-user». In sostanza, se già ora i vantaggi della GenAI non sono distribuiti in modo uniforme – nemmeno tra coloro che già la utilizzano – la situazione potrebbe peggiorare in futuro. Perché i bisogni di chi potrebbe usarla, ma non lo fa, non vengono presi in considerazione.
Il gender gap
La ricerca mostra che le donne sono significativamente meno propense a usare la GenAI, e il divario che le separa dagli utenti di sesso maschile si amplia con l’età. Anche quando si servono di questi strumenti, poi, lo fanno con minore frequenza rispetto agli uomini, anche a parità di esperienza o competenze. Come se, a frenarle, fossero barriere più profonde, ancora tutte da indagare.
Per ora, si possono solo fare ipotesi sulle possibili cause: i pregiudizi che vedono la tecnologia come “una cosa da uomini”, i carichi extra di responsabilità domestiche che riducono il tempo a disposizione per sperimentare nuovi strumenti, ma anche la cosiddetta “technological anxiety”. «Nelle università», osserva Savoldi, «è stata osservata una tendenza: se l’uso dell’intelligenza artificiale viene autorizzato ufficialmente, le studentesse colmano il gap rispetto agli studenti, come se a frenarle fosse una maggiore paura di essere accusate di aver barato». Illuminante, in questo senso, un dato che viene da un’altra ricerca: nel mondo accademico, dopo l’arrivo di ChatGpt, la produttività dei ricercatori è aumentata del 6,4% in più rispetto a quella delle ricercatrici.
Il nodo della formazione
Lo abbiamo già visto: le competenze e la formazione eventualmente ricevuta non si limitano a determinare se gli utenti usano i chatbot GenAI, ma possono anche influenzarne l’uso. Risultato: per qualcuno, stanno già diventando una leva strepitosa, capace di velocizzare processi, potenziare competenze e moltiplicare risultati; per altri portano poco valore aggiunto e possono addirittura risultare dannosi.
Savoldi insiste in particolare sul rischio di tante – troppe – opportunità perse. E, per spiegarsi, usa un esempio: «I chatbot AI sono come i robot da cucina. Chi sa usarli, perché ha studiato le istruzioni, ha fatto tanta pratica o ha già usato strumenti simili in passato, può cucinare più cose – magari anche sofisticate – molto più in fretta e con meno fatica. Chi ha sfogliato il libretto potrebbe giusto farci la pasta. Tutti gli altri, hanno un’opportunità in meno. E questo potrebbe penalizzarli». Conoscere poco i chatbot GenAI, prosegue, significa avere meno chance di «sfruttarli a nostro vantaggio sulle cose su cui sono più forti», ma anche correre più rischi.
Per questo lo studio enfatizza più volte l’importanza della formazione sull’AI. «In Italia ci si sta muovendo per formare la popolazione più giovane e il corpo docente, ma è importante trovare strategie per raggiungere tutti e tutte», spiega Savoldi. E sono gli utenti dei chatbot stessi a riconoscerlo: interrogati rispetto all’utilità di inserire progetti educativi ad hoc sull’AI nelle scuole e nelle università, si sono detti – in maggioranza schiacciante – d’accordo. «Il punteggio più alto», precisa Savoldi, «è per la voce “sono molto d’accordo”. Un dato che dice quanta consapevolezza ci sia, tra chi usa i chatbot, rispetto alla necessità di formarsi per farlo al meglio».
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23 maggio 2026 ( modifica il 23 maggio 2026 | 15:07)
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