Eventi come la Milano Design Week portano in città esposizioni, installazioni, culture, identità diverse, destinate a popolare il tessuto urbano con la loro presenza rendendo la settimana un momento emblematico dell’anno. Tanto che, poi, il racconto della loro presenza riecheggia a lungo, ma spesso, proprio per la loro natura effimera, resta soltanto l’eco del loro passaggio. A volte però quell’eco si trasforma in qualcosa di più stabile, quasi necessario, perché intercetta non solo il successo di un progetto ma anche il bisogno reale dei luoghi che lo ospitano. È quello che sta accadendo con il Garden Pavilion progettato da WHY Architecture per When Apricots Blossom, mostra dedicata al design uzbeko che durante la Milano Design Week ha animato Palazzo Citterio.

architectural structure with circular patterns and wooden beams under a blue skypinterest

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Il padiglione, inizialmente concepito come intervento temporaneo, rimarrà visitabile fino al 31 luglio 2026 nel giardino storico del palazzo, prolungando così la vita di un’installazione che ha saputo trasformarsi in presenza permanente, coerente con i temi della mostra e con il luogo che la accoglie. When Apricots Blossom si è rivelata infatti uno degli episodi più interessanti dell’ultima Design Week milanese, soprattutto per la capacità di spostare lo sguardo fuori da una prospettiva esclusivamente occidentale, aprendo il discorso progettuale mettendo in connessione designer internazionali con artigiani, territori e culture ancora poco esplorati dal mainstream del design contemporaneo. Il successo del progetto conferma un interesse crescente verso geografie culturali che stanno progressivamente uscendo dalla dimensione esotica, colonialista o marginale per entrare in un dialogo più centrale e necessario nel dibattito internazionale.

circular architectural structure with a canopy designpinterest

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In questo senso il Garden Pavilion non è stato soltanto un contenitore, ma una vera pratica architettonica in continuità con quanto esposto all’interno della mostra. La struttura reinterpreta infatti la tradizionale iurta dell’Asia centrale come spazio di aggregazione contemporaneo, un tipo di struttura radicata profondamente nell’eredità nomade del Karakalpakstan, regione nord-occidentale dell’Uzbekistan, così che il progetto rifletta sui temi dell’ospitalità, della memoria e del paesaggio culturale di territori segnati a lungo dalle trasformazioni ambientali degli ultimi decenni, a partire dal progressivo prosciugamento del Mar d’Aral. L’architettura lavora quindi come dispositivo narrativo e simbolico: la forma circolare della iurta, storicamente pensata come spazio mobile e condiviso, viene tradotta in una struttura aperta capace di attivare nuove modalità di incontro all’interno del giardino di Palazzo Citterio, trasformando la struttura in qualcosa di più di un padiglione da attraversare, invitando alla sosta e alla partecipazione, mantenendo viva quella relazione tra spazio, comunità e ritualità che appartiene alla cultura nomade da cui prende origine, e che resta fedele alla contaminazione che a Milano si respira durante la Design Week.

unique architectural structure in a garden settingpinterest

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La decisione di prorogarne la permanenza nasce anche da questa capacità di instaurare un dialogo naturale con il contesto. Angelo Crespi, Direttore della Pinacoteca di Brera, ha dichiarato: «L’installazione continuerà a conferire a Palazzo Citterio una dimensione potente e poetica. Siamo lieti di prolungarne la permanenza oltre la Milano Design Week e di condividerla con un pubblico più ampio, come testimonianza architettonica e culturale all’interno di questo giardino storico».

Il padiglione, che nella notte si trasforma in una sorta di lanterna viva, grazie alla sua configurazione e alle sue trasparenze, continuerà infatti a vivere attraverso un programma di eventi culturali, talk e iniziative istituzionali curati dalla Pinacoteca di Brera nei prossimi mesi, consolidandone ulteriormente il ruolo come spazio pubblico temporaneo diventato, quasi naturalmente, parte integrante del luogo che lo ospita. Al di là delle estetiche social e della natura inevitabilmente temporanea di molti eventi legati al design, un’architettura effimera progettata con intelligenza riesce a superare la velocità e la sovrapproduzione visiva che spesso caratterizzano questi contesti. Il progetto del Garden Pavillion dimostra infatti come un buon progetto possa lasciare una traccia concreta, e diventare oggetto della comunità, ospitandola nella sua forma più completa anche fuori da eventi circostanti.

illuminated pavilion structure with people gathered around it at nightpinterest

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www.why-site.com

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Ludovica Proietti ha studiato Architettura per non fare mai l’architetto. Dopo un master in Design ha conseguito un tirocinio con Domitilla Dardi e ne è diventata assistente, sia in cattedra che per la curatela di diversi eventi, specializzandosi in Storia del Design e dell’Architettura. Ha curato talk ed eventi inerenti al design presso lo spazio di co-working romano Ala/34 fino al 2019, è stata senior editor per Cieloterradesign fino al 2024 e, attualmente, insegna in diverse accademie e università della Capitale. Consulente e giornalista freelance, ha a cuore la cultura del progetto contemporaneo cercando sempre di privilegiare prospettive mai scontate.