di
Federico Fubini
Anche con un eventuale accordo fra Stati Uniti e Iran pesano l’incertezza sulle mine, i danni alle infrastrutture, la corsa alle scorte e il precedente di Bab el-Mandeb
La storia recente non offre molti precedenti di chiusure più o meno complete di uno stretto a causa di una guerra. Ma tutti gli esempi degli ultimi decenni puntano nella stessa direzione: non sarà rapido.
Il ritorno alla normalità in un braccio di mare nel quale si è combattuto richiede sempre molto tempo ed è improbabile che questa volta sia diverso. Anche se realmente nelle prossime ore gli Stati Uniti e l’Iran annunciassero la firma di un accordo, per quanto transitorio, che riapre lo Stretto di Hormuz alla navigazione senza condizioni.
Il precedente di Bab el-Mandeb
L’esperienza di questi anni suggerisce che sarebbe irrealistico attendersi un risultato diverso. Alla fine nel 2023 gli Houthi, la milizia dello Yemen sostenuta dall’Iran, ha iniziato per esempio un’azione di disturbo e attacco ai mercantili che passavano dallo stretto di Bab el-Mandeb, al punto di congiunzione fra il Mar Rosso e Suez da un lato e dall’altro l’Oceano Indiano e la rotta più rapida che connette il Mediterraneo con la Cina. Il risultato fu immediato: crollo del traffico di circa il 70%. Da allora i governi dell’Unione europea e gli Stati Uniti hanno guidato missioni navali di protezione e sorveglianza in quel braccio di mare, Londra e Washington hanno bombardato a più riprese e gli attacchi degli Houthi sono formalmente cessati con la tregua a Gaza che gli Houthi avevano invocato come motivo della loro azione. Ma il traffico da Bab el-Mandeb e dunque da Suez è sempre giù del 70% rispetto al 2023.
La chiusura del canale di Suez
Simili esperienze si sono viste anche dopo la prima guerra Stati Uniti-Iraq, quando a causa delle mine sui fondali servirono almeno sei mesi per ristabilire la libertà di navigazione nella parte più settentrionale del Golfo. E dopo la guerra dei sei giorni fra Egitto e Israele nel 1967, quando il canale di Suez chiuse «provvisoriamente» e venne riaperto solo sette anni dopo.
Il crollo dei transiti e l’incertezza sulle mine
Adesso nessuno è in grado di prevedere con certezza quanto tempo sarà necessario per il ritorno alla frequenza dei passaggi da Hormuz.
Prima della guerra era il nono stretto di mare più navigato al mondo con 32 mila passaggi all’anno (il primo per traffico è Taiwan, con 88 mila passaggi di navi commerciali).
Ora il traffico è crollato a zero per la gran parte dei giorni.
Che la ripresa non sia semplice si capisce già dalle incertezze sulle mine che l’Iran ha distribuito sui fondali. Alcune di esse sono costruite per esplodere appena i loro sensori avvertono la presenza di corpi galleggianti in acciaio sulla superficie: per questo saranno così importanti le navi sminatrici italiane in resina, ma non sarà un’operazione rapida.
Sicuramente le compagnie di navigazione e gli assicuratori non avranno alcuna fretta di tornare ad assumersi dei rischi non strettamente necessari.
I danni alle infrastrutture energetiche
Inoltre, circa 80 infrastrutture del petrolio e del gas naturale sono state colpite sia in Iran, sia da parte dei droni e dei missili iraniani in tutti i Paesi del Golfo. Alcune riparazioni richiedono poche settimane, come già accaduto con le raffinerie russe colpire dai droni ucraini nel 2025 (ma ora Kiev è in grado di infliggere danni più seri). Altre invece avranno di bisogno fra due e cinque anni per tornare pienamente in funzione. È il caso soprattutto delle unità di liquefazione del terminale di gas di Ras Laffan in Qatar, il cui potenziale produttivo è oggi ridotto del 17%.
La corsa a ricostituire le scorte
Infine, ci sono dinamiche interne alla stessa industria del petrolio a suggerire comunque tempi lunghi per il ritorno ad un flusso ordinario di forniture.
In questi tre mesi, il sistema internazionale è rimasto precariamente in equilibrio solo grazie al ricorso alle scorte. I Paesi occidentali hanno avviato il rilascio di una parte delle loro riserve strategiche e così sembra aver fatto la Cina, a giudicare da un calo delle sue importazioni di greggio da circa 11 milioni di barili al giorno a 8,5 milioni di barili. È anche per questo che il prezzo del barile di Brent non è mai salito molto sopra i 100 dollari, un livello elevato ma nettamente inferiore alle previsioni formulate dagli specialisti all’inizio della guerra.
L’evoluzione del prezzo del petrolio
Se le scorte utilizzate sono state anche solo di poco più di cinque milioni di barili al giorno – da Hormuz passavano circa 20 milioni di barili al giorno prima della guerra – è verosimile che oggi il sistema internazionale abbia già consumato un miliardo di barili di riserve strategiche e riserve private delle raffinerie. Già solo ricostituirle interferirà profondamente con il funzionamento del mercato, per molti mesi.
È probabile che il prezzo del petrolio scenda, prima di dieci e poi di circa venti dollari al barile, se davvero l’accordo di cui oggi parla l’amministrazione americana verrà firmato. Ma qualunque tregua per ora resta provvisoria, sullo sfondo di un quadro stabile. Il superamento completo di questa crisi dell’energia potrebbe non essere dietro l’angolo.
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24 maggio 2026 ( modifica il 24 maggio 2026 | 18:59)
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