di
Felice Cavallaro

Gli otto medici che provarono a salvare Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo si sono ritrovati insieme per la prima volta a Palermo. Il ricordo di Borsellino (che vide morire il collega) e quello della chiamata con cui vennero allertati: «Le loro condizioni erano da subito disperate»

PALERMO – Per la prima volta insieme i medici che la sera di quel 23 maggio cercarono di salvare Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Otto medici riuniti dopo 34 anni al museo della Fondazione Falcone. Internisti, chirurghi e anestesisti impegnati nelle drammatiche ore che seguirono l’attentato di Capaci. Non ci fu nulla da fare per Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, i tre agenti di scorta dilaniati nell’auto di scorta. Ma i due magistrati, con l’autista Giuseppe Costanza, furono trasportati prima all’ospedale Cervello, poi al Civico di Palermo dove Paolo Borsellino vide morire Falcone, in pena davanti al corpo di Francesca Morvillo. Come accadde agli otto medici riuniti la domenica di questo triste anniversario in occasione del 44esimo congresso nazionale di chirurgia cominciato a Palermo. Il congresso della Acoi, l’Associazione chirurghi ospedalieri italiani. Apertura ufficiale nel pomeriggio al teatro Politeama. Ma prima un momento di riflessione sul lavoro di medici ed infermieri, partendo dal tema della chirurgia d’urgenza, dalle nuove tecniche illustrate dai due presidenti del congresso Antonello Mirabella e Pierenrico Marchesa.

Con quest’ultimo, specializzato a Palermo nelle più moderne tecniche robot in sala operatoria, pronto a spiegare come «gli stessi medici abbiano tratto insegnamento dal pool di Falcone e Borsellino». E spiega: «Non appaia un retorico volo pindarico, ma come i magistrati di quel tempo decisero di lavorare in gruppo, così noi abbiamo applicato i concetti multidisciplinari applicati alla medicina».



















































Riflessione condivisa dagli otto medici. Dall’anestesista Giuseppe Trimarchi a Salvo Madonia, l’internista che intervenne per primo al pronto soccorso del «Cervello». E poi i chirurghi affannati in una lotta poi perduta, Antonio Martino, Mario Buscetta, Giuseppe Di Miceli, Armando Speciale, Ninni Billante e Giovanni Gargano.

Toccante la testimonianza del dottor Madonia che rievoca la fase convulsa dei primi soccorsi parlando davanti a Pierenico Marchesa, seduto fra il magistrato Giuseppe Ayala e il presidente dell’Antimafia regionale Antonello Cracolici: «Arrivò la chiamata con l’allarme per una esplosione provocata con tutta probabilità a Capaci da una bombola di gas in una palazzina, con tanti feriti. Sconvolti noi al pronto soccorso quando vedemmo arrivare i due magistrati in gravissime condizioni, vittime di un’apocalisse che nessuno avrebbe mai potuto immaginare».

24 maggio 2026