Hormuz
È l’epicentro della crisi in Medio Oriente: collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. La larghezza minima è di 34 chilometri e separa le coste dell’Iran da quelle dell’Oman. Prima della guerra era l’esempio perfetto di come l’interesse comune per gli affari e i commerci prevalesse sulle rivalità politiche tra Teheran e le monarchie del Golfo. La navigazione era libera e sicura e l’Iran non aveva mai ostacolato in modo così pervasivo l’ingente flusso di petroliere e navi cargo. Da qui transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, una quota pari al 20% del fabbisogno mondiale e il 19% del consumo globale di gas liquido. Nell’elenco delle materie prime strategiche figurano anche gasolio, jet fuel (il carburante per gli aerei), fertilizzanti, semiconduttori, alluminio e sostanze chimiche di base indispensabili all’industria farmaceutica. I Paesi esportatori sono Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Bahrein, Iran, Iraq e Qatar che, oltre a procurare il gas liquido, fornisce anche i gas speciali per la produzione di chip (neo, elio, argo, kripton e xeno). I principali clienti del Golfo, via Hormuz, sono i Paesi asiatici: Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Pechino acquista 5,5 milioni di barili di greggio dai Paesi del Golfo, vale a dire il 6% del consumo cinese. E l’Iran pesa solo per l’1,5% sul totale. Le vere difficoltà toccano l’Europa. I Paesi dell’Unione importano petrolio soprattutto dall’Arabia Saudita, ma il problema più urgente è quello del gas naturale che copre il 22% della produzione di elettricità per uso civile (luce, riscaldamento) e il 38% per gli impieghi industriali. Il 10% del fabbisogno dei 27 membri Ue proviene dal Qatar. L’Italia è tra gli Stati più esposti. Nel 2025 ha consumato 63,4 miliardi di metri cubi di gas liquido: circa 5 miliardi di metri cubi sono arrivati dal Qatar, per un controvalore di 2,3 miliardi di euro.
Dal 28 febbraio 2026, dopo l’attacco israelo-americano, i pasdaran hanno cominciato a minare le acque internazionali nello Stretto di Hormuz, costringendo le navi a lambire la costa iraniana, fino alla strozzatura finale del braccio di mare. Dal 24 aprile chi vuole passare deve versare un pedaggio illegale agli iraniani: fino a 2 milioni di dollari per le grandi petroliere e le navi cargo da liquidare, a quanto pare, in yuan (la moneta cinese) o criptovalute. Più o meno la stessa somma verrebbe estorta alle altre navi cargo. Risultato: il traffico complessivo è ora pari solo al 5% rispetto al periodo precedente al conflitto. Dall’esito degli accordi in corso capiremo se il pizzo verrà eliminato o meno e se sarà tolto il blocco Usa alle petroliere battenti bandiera iraniana.