Mi piace Star Wars.
Mi piace molto Star Wars.
Star Wars – mi piace forte.
Mi piace che anche le cose brutte sono propedeutiche all’esperienza, del tipo non si può avere il bagno in mare senza la sabbia bollente, il sabato senza lunedì, la grigliata senza maratona.
The Mandalorian and Grogu, detto anche “Baby Yoda – The Movie“, detto anche “Placeholder – A Star Wars Creative Development Failure Story“, è quando ti abitui alla temperatura dell’acqua, è il giovedì sera, è… – fa niente, l’analogia non funziona più.
SIGLA!
Aprile 2023: davanti a una folla delirante di fan (sì, c’era pure il vostro Dredd), l’esimia presidenta di Lucasfilm Kathleen Kennedy annuncia il ritorno delle guerre stellari al cinema con tre nuovi film, espandendo la timeline della saga tra passato remoto (Dawn of the Jedi di James “mi credo un autore” Mangold), presente televisivo (un film di Dave Filoni) e dopodomani incerto (The New Jedi Order di Sharmeen Obaid-Chinoy). Nessuna data di uscita annunciata, nessuna promessa di nozze.
Luglio 2023: inizia lo sciopero degli sceneggiatori. Addio belle speranze.
Gennaio 2024: Lucasfilm annuncia The Mandalorian and Grogu. Gli invidiosi diranno “tre draft della quarta stagione di The Mandalorian incollati insieme da mandare in produzione nel più breve tempo possibile per riempire un gigabuco di calendario”.
Gli invidiosi avranno ragione, ma gli invidiosi forse devono anche imparare a farsi due risate.
Beh allo Snyderverse è andata peggio.
Che The Mandalorian and Grogu sigli lo spassoso ma pigrissimo ritorno di Star Wars al cinema dice molto su dove si trovi la saga in questo momento storico.
Dopo quasi 14 anni di gestione Disney, le forze della conservazione hanno sostanzialmente prevalso.
Le reazioni ai timidi slanci in avanti (Gli ultimi Jedi, The Acolyte) hanno messo a dura prova le già scarse capacità di assimilazione del pubblico e spaventato la dirigenza. Gli esperimenti più riusciti sono acclamati approfondimenti sull’eterogeneo seminato di Lucas (le prime due stagioni di The Mandalorian, il blocco Andor–Rogue One) o divertissement appassionati (The Force Awakens e Skeleton Crew, le serie animate); il resto mediocre continuity filler di pigrizia sconfortante, specie rispetto ai difettosi ma quantomeno creativi Prequel.
Conseguenza: i progetti annunciati sono stati consumati da ritardi, lotte intestine, o agende troppo piene. Una comunque redditizia incertezza che la tanto vituperata Kathleen Kennedy si è anche discretamente scassata di dover gestire: immaginatevi di dover rendere conto delle critiche di qualche redneck redpillato davanti al consiglio di amministrazione, quando fino al giorno prima tenevi testa a Steven Spielberg.
Star Wars, ora che è ufficialmente in mano all’erede designato Dave Filoni, è definitivamente controriformato, ancora prima che la riforma iniziasse davvero – Damon Lindelof, assunto e poi licenziato dal succitato The New Jedi Order, lo ha da poco affermato senza mezzi termini.
L’unica cosa che ha messo d’accordo un po’ tutti è stato un maledetto pupazzo verde.
Tanto vale farci un film.
Non affezionatevi troppo: Baby Yoda é francese.
Premessa se non avete visto un fotogramma della serie ed è la prima volta in sette anni che vi loggate a Internet: qualche anno dopo la fine dell’Impero, un cacciatore di taglie Mandaloriano (uno con l’armatura uguale a Boba Fett ma cromata) si prende a carico un cucciolo di Yoda – Baby Yoda, il Bambino, ufficialmente Grogu – sottraendolo dalle grinfie dei nostalgici Imperiali che vorrebbero fare qualcosa del suo prezioso DNA sensibile alla Forza.
Dopo mille peripezie, la sconfitta del signore della guerra Gus Fring Moff Gideon e la resurrezione dell’intera civiltà di guerrieri Mandaloriani, nonché il lancio di alcuni spinoff (di cui uno abortito grazie alle sparate MAGA della sua protagonista), Mando e Grogu mettono radici in una villetta con orto sul pianeta Nevarro in attesa che la Nuova Repubblica gli assegni missioni anti-Imperiali nell’Orlo Esterno.
Il film inizia proprio qui: Mando e Grogu in giro per la galassia ad arrestare brutti ceffi Imperiali per conto della zoppicante e già burocratizzata Nuova Repubblica. Quando il Colonnello Ward (Sigourney Weaver) ingaggia Mando per individuare il misterioso Lord Coin, il dinamico duo si trova davanti a una complicazione: in cambio dell’ubicazione del signore della guerra imperiale, i nostri devono prima riconsegnare ai Gemelli Hutt il loro nipotino perduto, Rotta the Hutt, muscolosissimo figlio di Jabba ormai diventato gladiatore. Tutto lineare per un professionista consumato come Mando, dite voi. No! la galassia è piena di insidie e creature pronte a offrirsi per un cameo, e prima di tornare al loro orticello Mando e Grogu devono affrontarle tutte.
Per non parlare della dissonanza cognitiva di vedere il nome di Martin Scorsese nella parte sbagliata dei titoli.
The Mandalorian continua a essere Star Wars al suo livello più basico, ma, esattamente come il suo protagonista, dopo un’iniziale fase di contrita e monacale intransigenza, è entrato nella fase della mezza età, tra sport estremi e crescente senso di responsabilità.
In questo senso, The Mandalorian – la serie e questo film – sarebbero stati perfetti nel vecchio Expanded Universe (le cosiddette Legends, le storie di romanzi e fumetti pre-2014 tolte dal canone con l’avvento della Disney): una collezione di action figures già viste e ripittate (praticamente scarti del fratello maggiore da maltrattare durante una giocata post-merenda), qualche cattivo o mostrone nuovo, qualcos’altro di familiare pimpato o inserito in contesti diversi e più cool, una storia formulaica che si ricuce sostanzialmente intatta prima della fine.
La serie è sempre stata sostanzialmente l’equivalente ad alto budget di questa concezione, e il film da questo punto di vista alza ancora più lo spettacolo. Ma ciò che sembrava relativamente impensabile quando la serie ha debuttato, si è già cristallizzato nella riedizione di se stesso.
La forza di The Mandalorian è più verticale che orizzontale: funziona da poster boy della saga abbastanza digeribile per i non fan, abbastanza disimpegnato da non essere sempre e solo ombelicale, abbastanza furbo da spremere ogni atomo di possibilità dalle cose più riconoscibili.
La debolezza di The Mandalorian sarà sempre quella di essere un centro di riciclaggio interno di una saga che un consiglio di amministrazione ha deciso debba funzionare solo in funzione della nostalgia.
Volente o nolente, il gioco è ormai questo.
In ottemperanza a quasi tutte le regole di un film di Star Wars, secondo l’esperto medio.
Però. The Mandalorian and Grogu è effettivamente uno spasso, specie se lo guardate in mezzo a una platea di decenni con il vostro stesso decenne interiore scalpita.
Il superpotere di Jon Favreau è sempre stato il palato per gli ingredienti, e The Mandalorian and Grogu è un campionario degli elementi più divertenti proposti in quasi cinquant’anni. Combattimenti coi caccia e Imperiali grotteschi, il sottobosco criminale tra palazzi unti e opulenti e megacittà sotterranee, pianeti strani dalla fauna feroce in cui l’evoluzione ha preso la via dell’LSD, creature carine e solidali pronte a diventare merchandise, famiglie trovate e, per una volta, rapporti padre e figli (adottivi) salutari.
Più che alla compattezza essenziale della prima stagione o alla pigrizia senza direzione della terza, The Mandalorian and Grogu somiglia alla sobria quest a oltranza con occhiolini al canone della seconda. Virtualmente non c’è nulla in questo film che non sia stato inventato altrove, e qui pimpato e amplificato. A parte qualche setting e qualche mostrino, TM&G non introduce nulla nel vocabolario visivo della saga: uno dei set-piece principali è la versione dal vivo di un gioco dal tavolo del primo film, e ci sono persino dei droidi fatti di pezzi di robot cattivi da ogni era.
POV: il primo vostro ordine Amazon appena usciti dal cinema.
L’essere frutto del riciclaggio quasi pedissequo di tre o quattro script destinati alla serie lo rende sì sfilacciato, ma ironicamente fedele al suo titolo, The Mandalorian AND Grogu. Mando si prende una dose generosa della prima parte, Grogu ruba senza esitazione la seconda: l’evoluzione della tecnologia fuori scena e la crescita del personaggio in scena lo hanno elevato da comprimario caruccio a spalla action. Con lui lo stracciamento di mutande è ancora dietro l’angolo, specie ora che fa comunella con quei meravigliosi mini-anziani degli Anzellani (forse l’unica cosa buona uscita da Episodio IX): per loro passa la linea comica che arriva dritta al vostro portafoglio – ma senza pestare cacche o concedere poteri illimitati a futuri despoti come Jar Jar Binks.
Con questo shift cambia anche il cuore del film: se la prima parte entra nel classico “i fascisti sono dei bulli vigliacchi”, la seconda diventa una riflessione a tratti commovente sulla morte e sulla legacy tra genitori e figli, che tinge di malinconia i futuri sviluppi del nostro verdolino. Quello che Favreau e Filoni non si riescono a concedere quanto a sviluppo dei due protagonisti è affidato tutto a Rotta the Hutt, un altro recupero di continuity starwarsiano interpretato da Jeremy Allen White, come evidente dai suoi cesellatissimi bicipiti in CGI. Lui si prende le coreografie di menare più interessanti, con quel suo rotolare verminante e la sua fantastica tendenza a schiacciare l’avversario con tutto il peso del corpo.
Metodo Stanisl-hutt-skij
Certo, The Mandalorian and Grogu è uno spassoso cash grab senza alcuna ambizione e una decina abbondante di minuti da tagliare, che riempie i suoi 4:3 IMAX con tutto il mestiere di chi c’è dietro – digitalmente e artigianalmente.
Se siete fan, non aggiungerà o toglierà niente, ma vi riporterà a casa per un paio d’ore, salvo un vago sentore di marvellizzazione stilistica su cui dibatteremo in futuro.
Se andate per Sigourney Weaver, non è esattamente il migliore degli investimenti ma una cosa un po’ figa la coinvolge.
Se andate a fare poderoso hate watching, fate prima a starvene a casa: c’è davvero pochissimo da fraintendere in questo film, a meno che non siate in malafede.
In entrambi i casi, la natura dell’operazione e quello che significa per un universo che dovrebbe essere il più alto grado del cinema d’intrattenimento per tutti, un po’ di amaro in bocca lo lasciano. Non serve certo Uomo Casco a ricordarci che la casa di Star Wars è il grande schermo, e non serve certo Pupazzo Verde a riscaldarci per quello che Shawn Levy (sigh) e Ryan Gosling hanno in serbo per l’anno prossimo con Star Wars: Starfighter.
Baby Greedo will return.
In 20 years.
Holonet-quote:
«Passino le orgie di Hutt e i piloti imbolsiti ma i titoli di testa in uno Star Wars no!»
Dredd (Mal)Astaire
Dove guardare Star Wars: The Mandalorian and Grogu
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