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Redazione Milano

Lo storico capo ultrà interista fu ucciso il 29 ottobre 2022. D’Alessandro ha anche raccontato che Marco Ferdico tentò di coinvolgerlo, poi, nel progetto di uccidere Beretta, ma lui lo avvertì

 «Quando stava entrando nel palazzo, purtroppo esplosi i colpi. Lo feci per 15-16mila euro, facevo tutto quello che mi chiedeva Marco Ferdico, ero dipendente dalla cocaina. Chiedo scusa alla famiglia, nemmeno lo conoscevo». Daniel D’Alessandro, uno degli imputati nel processo a Milano per l’omicidio del 29 ottobre 2022 di Vittorio Boiocchi, storico capo ultrà interista, ha confessato in aula con dichiarazioni spontanee

L’ammissione dopo quelle nelle indagini di altri imputati, tra cui il pentito e ex capo della curva Nord nerazzurra Andrea Beretta, mandante, e Marco Ferdico, ex del direttivo della Nord e «organizzatore» del delitto. «Me lo chiese Marco e io manco la conoscevo questa persona, inizialmente dovevo fare l’autista, guidare la moto, mi erano stati promessi soldi e accettai per continuare la mia vita fatta di eccessi», ha aggiunto ricostruendo quanto accaduto: «Mi diede una borsa Mauro Nepi e la diedi a Marco Ferdico, con Marco ero amico e mi mettevo sempre a disposizione e dai discorsi ho capito che là dentro c’erano i soldi per l’esecuzione dell’omicidio. Io ero fuori da certe dinamiche». 



















































E ancora: «Ero presente quando Beretta ci portò l’arma. Dalla sera prima dell’omicidio usavo cocaina e quella mattina mi hanno detto che era arrivato il giorno e mi misi a disposizione: andammo in taxi io e Simoncini (altro esecutore, ndr) in una casa dove trovammo abiti e pistola e tutto il necessario per l’azione. Non conoscevo la persona, mi hanno detto solo dove arrivava, davanti casa sua e che arrivava in moto». Quando Boiocchi è sceso dalla moto «ero in confusione, ero sveglio da un giorno, messo male dalla cocaina e vidi incerto Simoncini e quindi presi in mano la situazione, gli dissi `scarrellami la pistola che vado io´ e purtroppo ho esploso i colpi». 

Poi, «ho avuto un choc per quello che avevo fatto, siamo saliti su un furgone e scesi solo per gettare la pistola in un laghetto. In seguito, sono andato in Calabria, come mi dissero di fare, e poi risalii a Milano e venne a prendermi Gianfranco Ferdico, padre di Marco, e mi diede altri soldi». D’Alessandro ha anche raccontato che Marco Ferdico tentò di coinvolgerlo, poi, nel progetto di uccidere Beretta. «Mi disse che si poteva fare, dovevo guidare la macchina. E allora ho avvisato io Beretta che volevano ucciderlo e glielo dissi perché sapevo che avrebbero ucciso anche me. “Andrea ci vogliono ammazzare tutte e due”, gli dissi, “fingiti malato di Covid e chiuditi in casa”, cercavo di far saltare quell’omicidio. Erano tutti fratelli per me, Andrea, Marco…». Marco Ferdico voleva «ammazzare anche me perché così mi toglieva fuori dal fatto di Boiocchi». E ha concluso: «Scontando la mia pena ora spero di far capire quanto è successo, ora so che la cocaina è il diavolo».

Andrea Beretta, ex capo ultrà della curva Nord interista, e tra i cinque imputati, come mandante e reo confesso, ha parlato in videocollegamento dal carcere: «Quando ho preso in mano la gestione della curva credevo nell’amicizia, nella fratellanza e poi sono subentrati il denaro, il potere e sono finito in una spirale di violenza. Mi interessava solo tenere il comando contro chiunque volesse portarmi via il predominio, ero entrato in guerra e così facendo ho messo in pericolo tutti, la mia famiglia, e poi il dottor Storari per fortuna mi ha fatto capire che ero finito in un burrone e ho deciso di collaborare». Beretta collabora da fine 2024 dopo l’arresto nella inchiesta «Doppia curva».

«Ho messo in serio pericolo sia me che i miei familiari, ero in una strada senza uscita e non vedevo spiragli di luce. Sono stato minacciato io e poi i miei figli e ho fatto dei disastri allucinanti», ha detto ancora Beretta. Successivamente ha ricostruito tutte le fasi dei contrasti e dell’omicidio Boiocchi, chiarendo che uno «spartiacque» nelle dinamiche di potere della curva Nord «fu l’omicidio Belardinelli», ossia l’ultrà travolto e ucciso nel 2018 durante l’agguato degli ultrà interisti a quelli del Napoli. Ha parlato del suo ingresso nel direttivo e di tutta la gestione degli affari collegati alla curva, affari da cui «Boiocchi voleva farmi fuori», ha detto Beretta, perché «voleva dominare lui la Nord e basta, non gli interessava nulla. Gli altri – ha aggiunto – mi dicevano “ritirati, perché Vittorio è persona di azione”». 

Sui business lui e Boiocchi facevano «50 e 50»
. Poi, è stato «Mauro Nepi (a processo in abbreviato, ndr) a dirmi un giorno “ti può risolvere la questione Marco Ferdico” e allora io ho trovato i mezzi, l’arma e i soldi, 50mila euro per l’azione, e da lì è partito il progetto. Mauro ha ritirato la borsa coi soldi e di tutta l’organizzazione si occuparono Marco Ferdico e il padre Gianfranco». Dopo l’omicidio Boiocchi, ha proseguito Beretta, «ho preso il telefono e l’ho messo nel microonde e poi sono andato a Pietrelcina, perché sono un fedele di Padre Pio». E ancora: «Ora ho un peso sulla coscienza, ma già dopo il delitto mandavo i soldi alla moglie di Vittorio Boiocchi con dei bonifici, perché non ero tranquillo».


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25 maggio 2026 ( modifica il 25 maggio 2026 | 16:46)