I rossoneri hanno iniziato a polverizzarsi dopo la sconfitta dell’Olimpico contro i biancocelesti. Sul banco degli imputati anche i giocatori, ma i motivi sono molteplici
Giornalista
25 maggio – 18:32 – MILANO
Nello squallido dopogara col Cagliari, Allegri l’ha ripetuto più di una volta: “Non ho nulla da rimproverare alla squadra”. Sicuramente un modo elegante per congedarsi agli occhi dei propri giocatori, lasciando l’ombrello aperto sul gruppo fino all’ultimo, ma la realtà dei fatti racconta che quei giocatori sono assolutamente parte del problema. Solo che, in casi come questi, se ne parla sempre troppo poco. L’occhio di bue punta soprattutto – e comprensibilmente – sulla proprietà, sulla dirigenza e sull’allenatore. In questo esatto ordine. Ma se il Milan negli ultimi due mesi e mezzo si è polverizzato, dipende in buona parte anche da chi ha messo piede in campo: ovvero calciatori senza coraggio, auto-deresponsabilizzati, noncuranti dell’importanza dell’obiettivo comune. Detto in un solo concetto, a parte rarissime eccezioni: ragazzi, anzi uomini, senza personalità.
corsa—
Si può partire anche da qui per provare a raccontare cosa non ha funzionato da marzo in avanti. Sì perché fino al derby di ritorno, a Milanello corteggiavano legittimamente lo scudetto. La data chiave nella quale è cambiato tutto è il 15 marzo, giorno di Lazio-Milan. È come se dopo quella sconfitta (maturata con modalità pessime, il che non è dettaglio), la squadra avesse maturato la consapevolezza che la corsa al titolo era conclusa. E, allo stesso tempo, resta la netta sensazione che nello spogliatoio si siano detti qualcosa tipo: beh, scudetto andato, ma la Champions non può sfuggirci. D’altra parte era dalla quarta giornata che il Diavolo occupava stabilmente una delle prime quattro posizioni in classifica. Ebbene, se fino alla vigilia di Lazio-Milan le sconfitte erano state due in ventotto partite, dall’Olimpico in poi ne sono arrivate ben sei in dieci gare. Un crollo verticale.
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autostrade—
Restando in ambito di campo, tra le varie motivazioni c’è senz’altro la sterilità offensiva. L’attacco ha smesso di essere tale con l’ingresso nell’anno solare 2026, le punte hanno segnato col contagocce. Lo svenimento si è completato quando nelle ultime partite del torneo è venuta a mancare anche la fase difensiva, l’unico vero fiore all’occhiello del Milan di questa stagione. La squadra di aprile e di maggio è sembrata quella di Fonseca e Conceiçao: autostrade a quattro corsie gentilmente messe a disposizione degli avversari. Allo stesso tempo, sono scomparsi anche gli ultimi scampoli di gioco rimasti: una squadra diventata totalmente incapace di allestire una fase offensiva ragionata e sviluppata. L’unica forma per provare a graffiare erano le ripartenze. Questo, appunto, per quanto riguarda il campo. Poi ci sono tutte le indiscrezioni relative ai dissidi interni, a cui peraltro ha accennato pubblicamente anche Allegri. Scenari destabilizzanti che hanno coinvolto l’ormai ex ad Furlani, Ibrahimovic, Tare, Allegri e, come ha sottolineato nei giorni scorsi Sergio Conceiçao, “lo spogliatoio soffre senza una società forte. Quello che si dice, con i social ai calciatori arriva”. E poi: assenze rumorose a Milanello, le voci su Allegri in Nazionale, il tentativo di Cardinale di compattare l’ambiente aumentando sensibilmente la frequenza delle visite milanesi. È stato un frullatore a cui nessuno è riuscito a staccare la spina. Il risultato adesso è sotto gli occhi di tutti.
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