Continuano le cause contro le aziende dell’AI per violazione di copyright: a maggio anche Meta è tornata in tribunale per una class action di un gruppo di editori
Centinaia di migliaia di libri, forse addirittura due milioni, le cui pagine sono state separate «accuratamente» da una «macchina da taglio idraulica». Una distruzione sistematica di testi acquistati e poi dati in pasto alla macchina. Come si legge nei documenti processuali della causa contro Anthropic — che, secondo un gruppo di editori, avrebbe usato un immenso numero di libri per addestrare la sua intelligenza artificiale Claude, in barba alle leggi sul copyright — l’azienda guidata da Dario e Daniela Amodei avrebbe comprato in blocco grandi quantità di testi per poi chiedere a un’azienda specializzata nella «digitalizzazione con scanner ad alta velocità, di alta qualità e di livello industriale», la quale a sua volta avrebbe «concordato con l’azienda di riciclaggio il ritiro dei libri trattati».
Un’operazione “segreta” con un nome in codice: «Il Project Panama è il nostro tentativo di digitalizzare in modo distruttivo tutti i libri del mondo», si legge in un documento interno di Anthropic, come ha riferito per la prima volta a gennaio il Washington Post e recentemente rilanciato da Wired. «Non vogliamo che si sappia che stiamo lavorando a questo progetto». L’obiettivo era quello di addestrare il chatbot Claude a «scrivere bene» invece di imitare il «linguaggio da Internet di bassa qualità».
Non si sa da dove siano arrivati i libri. Inizialmente era stata presa in considerazione l’opzione di investire in alcune realtà — compresa la New York Public Library e «una nuova biblioteca che è cronicamente sottofinanziata» — per acquisire grandi quantità di testi. Anche una famosa catena di libri usati come Strand è stata presa in considerazione come fornitore dei testi. Non si sa, tuttavia, quale sia stata la scelta finale dell’azienda.
Le operazioni di Anthropic si sono svolte fra il 2023 e il 2024, quando Tom Turvey — ex manager di Google che aveva contribuito alla creazione di Google Books — era stato incaricato di seguire il Project Panama. Alla fine, a settembre 2025, Anthropic ha accettato di pagare 1,5 miliardi di dollari senza però ammettere di aver violato il copyright (ne avevamo parlato qui), l’equivalente di tremila dollari per ogni opera che sarebbe stata piratata.
In una fase iniziale del processo ad Anthropic un giudice aveva dato comunque ragione all’azienda perché l’uso che aveva fatto dei testi era protetto dal cosiddetto “fair use”, l’uso legittimo disciplinato dalla legge statunitense che consente di usare materiale coperto dal diritto d’autore in specifiche occasioni. Secondo il giudice William Alsup, infatti, l’uso che ne ha fatto la compagnia è «profondamente trasformativo» e quindi consentito dalle norme americane, perché i modelli «non hanno riprodotto al pubblico gli elementi creativi di una determinata opera, né lo stile espressivo identificabile di un autore».
La questione che era rimasta aperta era appunto quella sull’acquisizione più o meno lecita dei testi su cui addestrare l’intelligenza artificiale. L’acquisto di grandi quantità di libri fisici da parte di Anthropic fa parte di questo aspetto processuale. Ma l’azienda dei fratelli Amodei non è l’unica ad aver dovuto rispondere dell’accusa di pirateria.
Anche altre grandi compagnie, come OpenAI, sono state portate più volte in tribunale per l’uso sconsiderato di opere protette da copyright per addestrare le proprie intelligenze artificiali. Meta — che già in passato è finita sul banco degli imputati per questo motivo, ma che era stata salvata per insufficienza di prove — a inizio maggio è tornata al centro di una class action intentata da un gruppo di editori. L’olandese Elsevier, la francese hachette, la britannica Mcmillan e le americane Cengage e McGraw Hill hanno presentato la propria causa ad una corte federale di Manhattan, accusando la Big Tech di avere piratato milioni dei loro lavori (dalla saggistica ai romanzi) e di averli usati per addestrare Llama, il large langague model di Meta.
Non si conosce l’entità della richiesta di risarcimento che i cinque editori hanno avanzato nella class action. Intanto, Meta ha annunciato di essere pronta a dar battaglia in tribunale. «L’intelligenza artificiale sta alimentando innovazioni rivoluzionarie, la produttività e la creatività di individui e aziende, e i tribunali hanno giustamente stabilito che l’addestramento dell’AI su materiale protetto da copyright può rientrare nel fair use», ha dichiarato un portavoce dell’azienda. «Contrasteremo questa causa con forza».
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25 maggio 2026
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