«Nascere un’altra volta. Anche malato come sono non farei cambio con nessuno. Un’idea di felicità. Faccia da kemio. Faccio la chemio. Vivo tra i colori. La sorpresa di sorprendersi. Il cibo dell’ospedale spesso fa schifo ma lì è consolante. Fare l’amore con un posto». Comincia così, con queste parole, Luca non parlava mai, il nuovo libro di Luca Carboni, appena arrivato in libreria. E in fondo in queste poche righe c’è tutto, della personalità del cantautore bolognese: fragile, ma vitalissima, ironica ma senza cinismo, capace di trasformare il dolore in poesia.
Il tumore
Il riferimento è chiaro: le terapie sono quelle alle quali Carboni, che domani incontrerà i fan alla Feltrinelli di via Appia Nuova a Roma per presentare il volume (Sem, 256 pagine), si è dovuto sottoporre dopo aver scoperto di avere un tumore al polmone. Era il 28 marzo 2022: «Quando lo shock è così forte, non senti praticamente niente. E infatti sono rimasto senza parole. Quella malattia esiste, la conosci, invade le vite degli altri, ma pensi che a te non toccherà mai. In quei giorni stavo registrando un album nuovo, stavo definendo i pezzi, il singolo Il pallone e un altro che volevo fare uscire a giugno, Rimini d’estate s’intitola, una canzone scritta per Vasco nel 1986, un pezzo dimenticato e riscoperto andando a spulciare fra i provini registrati su vecchie musicassette. E invece, in pochi minuti, tutto è cambiato, ogni priorità si è ribaltata».
Da quello shock è nata l’idea di tornare a raccontarsi in un libro, cosa che Carboni aveva già fatto nel 2007 in Segni del tempo, scritto insieme a Massimo Cotto. Ma non per parlare della malattia, dopo la quale il suo pubblico si è stretto intorno a lui con ancora più forza che in passato, come testimoniato dai tanti sold out conquistati con i concerti di questi mesi (il tour estivo Rio Ari O Live riprenderà il 7 luglio dall’Arena del Mare di Genova e andrà avanti fino a settembre inoltrato). Né per piangersi addosso.
Quanto, piuttosto, per stilare «una lunghissima lista di motivi» per i quali si sente in debito con la vita. Esperienze, incontri, amicizie, collaborazioni, sogni realizzati. Molti spunti sono arrivati rovistando nell’agenda di suo papà Giovanni. Tra questi, anche il racconto del viaggio da Bologna a Roma nel 1983 per firmare il primo contratto con la Rca nei leggendari studi – oggi dismessi – sulla Tiburtina: «Sapevo che dovevo arrivare in via Tiburtina km 12, precisamente in via Sant’Alessandro 7. Mi avevano detto, o forse scritto, quale linea di autobus prendere dalla stazione Termini, ma non si arrivava mai, quasi un’ora e si avanzava verso la campagna. Dopo la firma, prima di ripartire, qualcuno mi accompagnò al bar a prendere un caffè. Mi presentarono a Mario, il barista, come nuovo artista dell’etichetta. Mi colpì scoprire che ci fosse un vero bar, con le poltroncine in skai rosso anni sessanta, dentro una casa discografica che sembrava una fabbrica. Non potevo ancora sapere che quella città, Roma, mi sarebbe entrata nel cuore profondamente, che ci avrei passato tanto tempo. Che mi sarei seduto tante volte a pranzo ai tavoli di quella mensa della Rca col mio discografico e amico Michele Mondella, con Renzo, Lucio, Luca, e Silvana, la segretaria e compagna di Michele. A fare grandi progetti, o semplicemente a cazzeggiare. Non potevo sapere che avrei passato molto tempo in vicolo del Buco, dietro piazza Gioacchino Belli, a Trastevere».
La casa di Dalla
L’allusione è alla casa trasteverina di Lucio Dalla, oggi tristemente trasformata in un bed & breakfast: «Le chiavi erano sempre a nostra disposizione, così a me capitava spesso di scendere da Bologna, magari per una riunione con la casa discografica, per fare il punto della situazione su un video, o su un progetto. Ipotizzavo di fermarmi un paio di giorni, ma alla fine ci restavo per un mese, o due».
A Roma si svolse anche un episodio centrale della storia di Carboni: «Quando nel 1989 presentammo nei negozi di dischi Persone silenziose, firmando le copie, a Roma duemila ragazze e ragazzi bloccarono tutta via del Corso. Spingevano contro la vetrina, sembrava che volessero spaccarla. Eravamo terrorizzati. Arrivò la polizia, scappammo via. Fu l’esasperazione ultima di un’attenzione esagerata nei miei confronti. Non avrei fatto mai più cose del genere, fu la promessa che mi feci. Ho sentito un click, e sono cambiato».
Nel cassetto, ora, c’è un nuovo album di inediti, a otto anni dall’ultimo: «Il disco al quale stavo lavorando prima della diagnosi va rifatto. Ho avuto idee nuove. Ma ci vorrà del tempo. Arriverà più in là. Sarà un disco molto personale. Ho recuperato pure provini degli Anni ’80: tornerò alle origini».
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