di
Sandro Modeo
Dopo quasi dieci anni al Manchester City, Pep Guardiola si prepara a lasciare l’Inghilterra – e forse anche il calcio visto da una panchina. Cosa lo ha accompagnato in questo congedo? E dove è nascosto il tesoro della sua eredità?
Il «Farewell Pep» dappertutto – dallo striscione sconfinato alle sciarpe – a echeggiare Hemingway; la commozione che irrompe, più ancora che per sé, nel vedere un suo giocatore (il minuto, immenso Bernardo, a sua volta in uscita dal City, così come Stones) sparire tra le fila della «Guardia d’Onore» al cambio; l’ergersi discreto, nella penombra della tribuna, del padre Valenti, 95nne, l’uomo da cui tutto è partito (ha costruito lui stesso la casa a tre piani dei Guardiola Y Sala nella piccola Santpedor, tra le cui vie petrose Pep ha esercitato il proprio streetball) e che in questi anni ha trovato nel figlio e nelle sue imprese uno dei pochi motivi di «attaccamento» dopo la perdita della moglie Dolors, portata via dal Covid.
Più che a un arrivederci – o anche solo a un addio all’Inghilterra – quella catena di frame sembra alludere a un congedo più profondo; a qualcosa di diverso, comunque, dal «sabbatico» newyorchese post-Barça. E questo non solo per l’epilogo, ma anche per la genesi e i modi del congedo, che sembrano poter illuminare in controluce il senso stesso del decennio che si chiude; come si può ricostruire anche solo dai contatti-smartphone più recenti di Pep, da quelli di un paio d’anni anni fa a quelli di questi giorni. Vedi, tra i tanti, il lungo vocale di Sir Alex Ferguson, nel suo «inimitabile accento scozzese» (Pep stesso dixit, ironizzando), cioè l’inchino del solo coach-manager che ancora lo sopravanzi per numero di trofei (49 vs. 42). Anche se i contatti davvero esplicativi sono altri.
Pep e Klopp («Out of energy»)
Il primo ci porta dritti al rapporto tra Pep e Jürgen Klopp, il suo avversario elettivo, più ancora del Mourinho del periodo Real-Barça (v. i quattro confronti «gladiatori» in 18 giorni nell’aprile 2011). City e Liverpool, infatti – questa la premessa necessaria – hanno dato vita negli anni scorsi a quella che è di gran lunga, per ora, la contesa calcistica del Millennio: l’incontro-scontro o meglio la competizione-coevoluzione tra due team che procedevano in un fugato infinito di feedback reciproci, tra proposte e controproposte, sorpassi e controsorpassi, fino alla messa a fuoco di due superorganismi, due intelligenze collettive sempre più complesse e sofisticate.
Ora, quando Klopp annuncia l’exit dai Reds, a fine gennaio 2024, in una video-confessione dolente e toccante, spoglio e intenso come certi film di Ken Loach, Pep ne rimane «scioccato»: da un lato ne è sollevato ( «dormirò meglio»), dall’altro disorientato e deprivato, al punto che poco più di un mese dopo, a marzo, chiama l’amico-rivale per capirne meglio le ragioni, in una conversazione che diventa un dialogo tout court sui rispettivi «piani di riposo» e sui rispettivi futuri post-Premier e addirittura post-football.
E non è certo un caso che la ragione-chiave addotta da Klopp in quella chiamata diventi la stessa – l’unica – evocata da Pep per spiegare ai media il proprio addio all’Inghilterra, fino alla sintesi plastica: «I share the same feeling as when Jürgen Klopp left. I am running out on energy». L’estinguersi dell’energia, la «candela che brucia da due lati» (come l’esistenza dei replicanti Nexus 6 in Blade Runner) e che ha troncato la parabola di tanti tecnici dopo i 50, specie se artefici di un certo tipo di calcio: vedi, in principio, il crash di Arrigo Sacchi.
Forse non è nemmeno esagerato vedere in quelle rifrazioni tra Pep e Klopp – simili alle «inquietanti azioni a distanza» di certe particelle subatomiche – un rapporto simbiotico o empatico che va molto oltre il fatto tecnico: e dedurne come Pep abbia cominciato a incubare il distacco dai Citizen già in quella telefonata. Il che non toglie nulla, ovviamente, alla «bonus track» degli ultimi due anni e ai due trofei dell’ultima stagione; alla contesa col Liverpool di Slot e l’Arsenal dell’ex allievo-adepto Arteta, che si è guadagnato nickname forse ingenerosi (Jedi traditore, Lord Voldemort) per aver iniettato via via nei canoni del gioco posizionale pratiche chirurgiche anzi criogeniche (i corner «congelati»). Ma è appunto una «bonus track», un’appendice: il fuoco della parabola si è consumato nella simbiosi-empatia con Klopp.
Pep e KDB («Everything»)
Il secondo contatto-chiave è più recente, anzi recentissimo: la telefonata dei giorni scorsi a Pep da parte di Kevin De Bruyne. Rendendola pubblica, Pep ha sottolineato come quella chiamata per lui significhi tutto (un triplo, concitato «everything») e come la dimensione affettivo-emotiva nel percorso di un team (i «ricordi») sopravanzi quella strettamente agonistica (i «titoli»).
Forse nessun altro allenatore ha dissolto come lui – con la propria parabola – i confini del dibattito spesso sterile tra «giochisti» e «risultatisti»: eppure, in quei passaggi, Pep sembra tornare per un attimo alla fonte primaria del suo ethos calcistico, quello del padre adottivo Cruijff. Del resto, il rapporto elettivo tra Pep e Kevin De Bruyne – elettivo ma non certo esclusivo: basti pensare all’empatia con lo stesso Benardo Silva, con Foden e tanti altri – era già ratificato nel lungo, grato abbraccio del giorno dell’addio del belga (aprile dell’anno scorso), occasione in cui Pep era anche ricorso a una similitudine definitiva: «Messi è seduto da solo su un tavolo. Nessun altro è autorizzato. Ma al tavolo accanto, Kevin può sedersi lì ».
Il motivo della predilezione è presto detto: il ragazzo fiammingo (nato nei sobborghi di Gand, «Guanto», la città del polittico di Van Eyck) è il giocatore che più di ogni altro ha sintetizzato e catalizzato, in senso biochimico, l’evoluzione del gioco di Pep al City; il tutto con una venatura di nemesi verso un rivale storico come Mourinho, nel cui «secondo Chelsea» De Bruyne, a un certo punto, sembra perdersi per sempre. Quel gioco diventa presto una sorta di mandala dinamico: un possesso-fraseggio full court che rende sempre più essenziali e penetranti i movimenti sincronici dell’assetto posizionale, con e senza palla, affinati in un legato (in una radiance) da archi dei Berliner di Karajan. In quel contesto, De Bruyne può esprimere al meglio la propria vocazione di orchestratore e assist-man, diventando uno degli esempi più smaglianti di giocatore che – secondo un aforisma del grande Boskov – «vede autostrade dove altri solo sentieri». In quel City, anche per la somiglianza iniziale col rosso Ron Weasley, De Bruyne sembra giocare sul binario 9 e ¾ di Harry Potter, concentrando in sé, come nessun altro, la tensione del team a manipolare lo spaziotempo.
Pep, Cruijff e la Cappella Sistina (la cattedrale)
Altre telefonate, stavolta immaginarie, in forma di periodico dialogo interiore, sono avvenute (e avverranno sempre) tra Pep e Johan Cruijff, il maestro-mentore cui deve semplicemente- per sua stessa confessione- «quel che è stato ed è», non solo come giocatore e coach. Pep stesso, infatti, ha ricordato più volte di rivolgersi a lui in ogni momento di dubbio/difficoltà, riassumendo l’autorevolezza e la pervasività di quel paternage nella celebre immagine del ruolo «fondativo» di Cruijff al Barça col suo Dream Team: «Johan ha dipinto la Cappella Sistina», mentre i tecnici venuti dopo «si sono limitati a restaurarla o ad aggiungere qualche pennellata» (altre versioni apocrife parlano di «cattedrale», con evidente allusione alla Sagrada Familia di Gaudì). Il punto o il passaggio-chiave è quanto maestro e allievo abbiano a suo tempo a lungo discusso su come si potesse esportare proprio il calcio del Barça – il mix di totaalvoetbol olandese e calcio posizionale – nel «mondo altro» della Premier, in apparenza totalmente impermeabile a quell’immissione.
Invece, è proprio quello che Pep ha realizzato col suo approdo ai Citizen, lungo un percorso, beninteso, laborioso e tormentato, in cui il tecnico ha dovuto adattarsi ai terreni pesanti e al vento, ai «lunghi inverni» e ai calendari usuranti, su tutto a un precipitato tecnico-tattico ancora in larga parte fondato sull’antico «kick and rush» di matrice rugbistica («come si possono pressare le palle alte o le palle lunghe»? si sfogava, agli esordi, in un’intervista-check up con Thierry Henry).
La progressione e l’evoluzione di quel percorso – intrecciate inevitabilmente a quelle dei competitor – sono distribuite in decine e decine di match, tra salti in avanti e momentanei arretramenti o impasse. Ne scegliamo tre, altamente significativi sia sul piano strettamente tecnico che simbolico.
I match storico-simbolici del City e l’eredità
Il primo match coincide col primo derby di Pep, giocato all’Old Trafford contro lo United di Josè Mourinho (10 settembre 2016). Il City vi arriva dopo otto vittorie di fila e con un gioco che ha già prodotto alcune accensioni visionarie (la radiance citata): vedi il pietrificante 0-5 a Bucarest contro la Steaua nei preliminari di Champions (16 agosto). Il City espugnerà infatti 1-2, con una performance che soprattutto nel primo tempo traccia un solco siderale tra la «rivoluzione permanente» di Pep e i primi rintocchi di involuzione mourinhana dopo il suo grande quindicennio: a ratifica spietata, le immagini di sir Alex che scuote la testa sconsolato, lui che avrebbe voluto Pep – posizione condivisa con Eric Cantona – sulla sponda United. Uno iato che sarebbe stato consacrato in City-United 3-1 del novembre 2018, col terzo gol Citizen (di Gundogan) dopo una prolungata azione di 44 tocchi, esemplare di dinamiche e timing ormai memorizzati come in un algoritmo.
Il secondo match è City-Liverpool 2-1 (3 gennaio 2019), decisivo per la Premier di quella stagione e uno dei rari casi in cui Pep riesce ad addomesticare i Reds, in tante occasioni soverchianti (vedi il terrificante aggregate di 1-5 nella Champions dell’anno prima e il 3-1 a Anfield nel settembre di quello stesso anno). Quel match, difatti, è un condensato unico non solo della competizione-coevoluzione tra i due superorganismi plasmati da Pep e Klopp, ma anche della loro reciproca contaminazione, con gli archi dei Berliner e la «batteria degli Iron Maiden» (il ritmo-cadenza che Klopp ricerca nel suo gioco) che arrivano a tratti a scambiarsi le parti. Da una parte abbiamo il City come una squadra «al grafene» (il materiale isolato dai fisici Geim e Novoselov proprio all’ateneo di Manchester), cioè un team insieme leggero e resistente, che «sporca» il proprio possesso-fraseggio, accettando di ridurlo o smussarlo per reggere l’urto dei Reds; dall’altra una macchina implacabile di pressing a flusso e «ripartenze permanenti», che però comincia a implementare nel sistema proprio il possesso-fraseggio e persino la «costruzione bassa» del City.
Il terzo match (17 maggio 2023) è Manchester City-Real Madrid 4-0, ovvero il momento in cui il mondo intero constata come Pep sia riuscito davvero a «dipingere la Cappella» (o «costruire la cattedrale») del City. Anche con Carletto Ancelotti – già dai tempi del Bayern – Pep ha un bilancio d’insieme fortemente in passivo. Tante, troppe volte il City ha subito dal Real rovesci ai limiti dell’assurdo nell’accezione di Kafka o Camus: vere folate di nonsense tecnico-agonistico, come nel 3-1 al Bernabeu del ritorno di Champions 2022 (andata all’Etihad 4-3 per i Citizens), quando, in vantaggio 0-1 al ’90, riesce a farsi infilare due volte nell’extra-time ai regolamentari una terza volta ai supplementari.
Quel 17 maggio, non a caso, sarà anche il prodotto di quel crash, l’elaborazione catartica di quella ferita ancora aperta, come espliciterà Pep stesso a fine partita: «Ho avuto la sensazione che dentro lo stomaco avessimo il dolore di quanto successo lo scorso anno e oggi l’abbiamo buttato fuori». Una vendetta, dunque: ma una di quelle vendette alla Guardiola, simili a pure emanazioni di luce, che non ammettono attriti o contrasti. Ottenuta, per di più, sia contro l’avversario per eccellenza per un catalano -blaugrana, sia contro una squadra che in Champions, col suo bilancio intimidatorio di 15 trofei, è sempre il metro di paragone «sacrale»: in questo, il 4-0 di quel City-Real non può non richiamare il 5-0 impartito ai Blancos dal Milan sacchiano nell’aprile ’89 (con Carletto che – da giocatore- era in quell’occasione sulla sponda «eversiva»).
Quella partita, va da sé, è anche la sintesi della sua “legacy”, dell’eredità che il tecnico lascia al club, a partire già dalle consegne immediate a un altro allievo-adepto come Maresca: anche se solo il tempo dirà se – proprio come il Barça- il City provvederà a conservare-restaurare e rinnovare la Cappella (la cattedrale).
Quanto a Pep, torniamo di nuovo alle «interazioni a distanza» con Klopp: il suo primo incarico come «ambassador» del City echeggia per certi versi il ruolo manageriale del tedesco alla Red Bull. Impossibile però, al momento, pronosticare per tutti e due se il distacco dal campo sia un’eclissi (in attesa di ipotetici nuovi club o Nazionali) o un ritiro definitivo: anche se Klopp ha già detto di avere qualche difficoltà a «rivedersi in tuta». Ma è più di una sensazione che continueranno a inseguirsi e a interagire a distanza: e che da quell’inseguimento-interazione possa dipendere la speranza di chi non si rassegna a certi adagi mortificanti, del tipo «per lo spettacolo bisogna andare al circo».
«Quello che veramente ami è la tua vera eredità», recita un passaggio famoso dei Canti pisani di Pound.
Il calcio che Pep e Klopp hanno amato e offerto è la loro vera eredità: ed è soprattutto per questo che molti di noi, da spettatori, li hanno amati, e continueranno ad amarli.
26 maggio 2026
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