E perché proprio lui? Perché con Treacy il cappello non è soltanto un accessorio, qualcosa che tutti almeno una volta ci siamo messi in testa solo per coprire i capelli scompigliati. Quando un suo pezzo arriva in passerella, per esempio nella sua collaborazione lunga e mozzafiato con Alexander McQueen, il copricapo diventa architettura, scenografia, parte integrante del look: costruisce volumi, cambia la silhouette, sposta il baricentro dell’abito. È questo, forse, il suo contributo più riconoscibile alla moda: aver preso qualcosa che spesso arrivava alla fine – dopo il vestito, dopo il trucco, dopo tutto – e averlo portato al centro della scena.

Copricapo di Philip Treacy per la sfilata di Alexander McQueen Primaveraestate 2008.

Copricapo di Philip Treacy per la sfilata di Alexander McQueen Primavera-estate 2008.

Chad Buchanan/Getty ImagesCopricapo di Philip Treacy per la sfilata di Alexander McQueen Primaveraestate 2008.

Copricapo di Philip Treacy per la sfilata di Alexander McQueen Primavera-estate 2008.

Michel Dufour

Negli ultimi mesi, quel «qualcosa in testa» è tornato parecchio utile. Alla sfilata Dior Cruise 2027 di Jonathan Anderson, a Los Angeles, Treacy ha firmato una serie di copricapi-parola in piume: Dior, Star, Buzz, Flow. Più che cappelli, sembravano sottotitoli sopra il look. Un’idea nuova solo in apparenza, perché i suoi word hats esistono dai primi anni Duemila e sono già passati da Isabella Blow a Lady Gaga, da Valentino a Britney Spears. La moda, ogni tanto, dimentica. Treacy, invece, sa benissimo dove ha lasciato le piume.