di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén e Rita Querzè

All’assemblea annuale di Confindustria, davanti a Sergio Mattarella, il presidente degli industriali chiede stop all’Ets, debito comune europeo e una spending review da 20 miliardi per crescita, scuola e sanità

Nella sala romana del Convention Center La Nuvola, davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Emanuele Orsini sceglie un tono insolitamente duro per un’assemblea degli industriali. «Il momento della verità è arrivato», scandisce nella relazione 2026, trasformando il tradizionale appuntamento annuale di Confindustria in un lungo allarme sulla tenuta industriale dell’Europa e dell’Italia.

Tra maxi schermi, scenografia monumentale e l’enorme logo di Confindustria all’ingresso, l’assemblea ha il tono delle grandi occasioni. Ma la relazione di Orsini è tutt’altro che celebrativa.



















































L’allarme deindustrializzazione

Il punto politico del discorso (in platea ci sono anche la premier Giorgia Meloni e il ministro Adolfo Urso, Montezemolo e Marcegaglia, mentre la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola interviene con un videomessaggio) è tutto nella parola che ritorna più volte: deindustrializzazione. Orsini la descrive come un processo già in corso, non più come un rischio teorico. «Nell’ultimo biennio abbiamo assistito a un vero e proprio smottamento del sistema industriale europeo», dice, accusando Bruxelles di avere «spalancato i mercati ai prodotti cinesi» mentre le imprese europee facevano i conti con energia cara, regole eccessive e costi ambientali.

L’immagine evocata è quella di un continente che arretra mentre la Cina avanza. «La Cina è oggi l’unica vera superpotenza industriale», osserva il presidente di Confindustria, ricordando che Pechino produce da sola il 35% della manifattura mondiale. E subito dopo arriva il passaggio più netto: «La Cina sta colonizzando i nostri mercati».

È uno dei momenti in cui la platea reagisce con più convinzione. Gli applausi più lunghi arrivano poco dopo, quando Orsini sostiene che gli italiani «sanno accettare anche decisioni difficili», purché inserite in una prospettiva chiara di crescita e competitività.

E il punto, per Orsini, non riguarda soltanto alcuni comparti in crisi. «Tutta l’industria di base europea è sotto pressione», avverte il presidente di Confindustria, citando carta, acciaio, vetro, chimica, cemento e ceramica come settori ormai schiacciati tra costi energetici, regole europee e concorrenza asiatica.

L’Europa federale che non c’è

Da qui la critica, molto esplicita, all’Unione europea. «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», attacca Orsini, sostenendo che l’Europa abbia perso in pochi anni centinaia di migliaia di posti nella manifattura.

Il presidente di Confindustria ammette che servirebbe un salto politico enorme: «Un’Europa veramente federale», anche perché «la dimensione europea è l’unica in grado di reggere l’urto». Ma subito dopo aggiunge che non c’è tempo per aspettare riforme istituzionali lunghe e incerte. La soluzione proposta è allora quella della «cooperazione rafforzata», cioè un gruppo di Paesi pronti a muoversi insieme subito su energia, mercato dei capitali e politica industriale comune. È probabilmente il passaggio più politico dell’intera relazione, perché implica la presa d’atto che l’Europa a 27, così com’è, rischia di non riuscire a reagire abbastanza rapidamente alla competizione globale.

Lo scontro sull’energia e la richiesta sull’Ets

Ma il terreno dove Orsini alza davvero il tono è quello energetico. Qui la relazione si trasforma quasi in un atto d’accusa contro le politiche climatiche europee. «Il Sistema Ets ha reso la decarbonizzazione un prodotto di speculazione finanziaria», afferma, definendo «una vera pazzia» il meccanismo che costringe le imprese europee ad acquistare certificati sulle emissioni mentre competono con aziende americane e cinesi.

Da qui la richiesta più forte: sospendere immediatamente l’Ets. Non soltanto riformarlo, ma congelarlo per evitare – sostiene Orsini – altre chiusure e delocalizzazioni. Un messaggio che arriva mentre il prezzo dell’energia torna a salire per effetto delle tensioni geopolitiche e del blocco di Hormuz evocato nella relazione. Orsini, poi, prova a portare a sostegno della sua tesi esempi concreti. Nel distretto ceramico emiliano, dice, il costo dell’energia superiore del 40% rispetto alla media europea mette a rischio «40 mila posti di lavoro».

Orsini attribuisce all’Europa le principali responsabilità sul fronte della competitività, ma sul nodo energetico punta il dito anche contro i ritardi italiani: dal no storico al nucleare ai blocchi locali sulle rinnovabili.

Il nodo dei 1.200 miliardi

Da qui la richiesta di un salto di scala europeo. «Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l’anno», sostiene Orsini, osservando che oggi Bruxelles ne gestisce appena 280, da dividere tra 27 Paesi. La proposta è un nuovo debito comune europeo destinato però – precisa – non alla spesa corrente ma a infrastrutture energetiche, reti digitali, intelligenza artificiale, difesa, nucleare e materie prime strategiche.

E sul nucleare Orsini sceglie parole nette: “«nutile è ogni anno, ogni mese, che si perde». Il presidente di Confindustria chiede di accelerare sul ritorno dell’atomo civile e assicura la disponibilità delle imprese a ospitare piccoli reattori modulari nei propri stabilimenti e distretti industriali.

​Zes, software e cloud

Guardiamo al modello della Zes Unica che ha dimostrato quanto semplificazione e velocità amministrativa siano decisive per dare slancio agli investimenti, sostiene Orsini, citando oltre 55 miliardi di impatto economico generati in poco più di due anni. 

Tra le aperture più concrete della relazione c’è anche la richiesta di includere negli incentivi dell’iperammortamento gli investimenti in software e cloud, considerati ormai strumenti essenziali per la digitalizzazione industriale e per l’adozione dell’intelligenza artificiale. Un’estensione che segnerebbe un allargamento importante della politica industriale italiana verso l’economia digitale.

Il tema dei salari bassi

Nella parte finale della relazione emerge anche un tema sociale che Confindustria negli ultimi anni aveva affrontato con molta cautela: quello dei salari. E forse è uno dei passaggi più significativi della giornata, perché raramente dal vertice degli industriali era arrivato un riconoscimento così esplicito del fatto che in Italia le retribuzioni siano diventate troppo basse per trattenere giovani e sostenere la domanda interna. «Le basse retribuzioni allontanano i giovani dall’Italia», riconosce Orsini. E ancora: «I salari bassi incidono negativamente sulla qualità della vita delle persone, sulla natalità e frenano la domanda interna», ma «noi da soli, con i nostri migliori contratti, non riusciremo a risolverli».

Parole che segnano un cambio di tono significativo. Anche se, nel concreto, le proposte restano soprattutto indirette: lotta ai contratti pirata, investimenti, crescita dimensionale delle imprese, politiche per la casa. Più che un impegno diretto sugli stipendi, una strategia di contesto.

C’è poi un altro passaggio politicamente significativo: la proposta di rivedere detrazioni, agevolazioni e spese fiscali per recuperare 20 miliardi di euro da riallocare «un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola». Una sorta di spending review selettiva che Orsini presenta come alternativa a nuovo debito nazionale.

Ed è forse qui che si misura il doppio binario della relazione di Orsini: toni drammatici sul rischio industriale europeo, richieste molto forti rivolte a Bruxelles e alla politica, ma un coinvolgimento più prudente quando il discorso entra nel terreno delle responsabilità immediate del sistema imprenditoriale.

Meloni: «Posizioni diverse, ma l’obiettivo è lo stesso»

Dopo l’intervento di Orsini prende la parola la premier Giorgia Meloni, che ringrazia Mattarella, definendo la sua presenza «un richiamo all’importanza dell’industria italiana non solo sul piano economico ma anche storico, identitario e culturale», e rivendica il lavoro dell’esecutivo sul fronte industriale. «Voglio ringraziare il presidente Orsini e voi per aver riconosciuto gli sforzi del governo, non lo considero scontato», dice la premier, aggiungendo che tra governo e imprese possono esserci «posizioni diverse», ma «l’obiettivo è lo stesso».

Meloni insiste poi sul ruolo delle imprese e dei lavoratori nella reputazione internazionale del Paese: «Se l’Italia è universalmente riconosciuta come la patria del bello, del buono e del ben fatto è merito delle nostre imprese e dei lavoratori».

Ma soprattutto, la presidente del Consiglio rilancia molte delle critiche emerse nella relazione di Orsini contro Bruxelles. L’Unione europea viene definita «un gigante burocratico» che «ha sacrificato la competitività e la crescita strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici». E ancora: «L’Europa è stata inarrestabile nella capacità di moltiplicare le regole, ma miope quando si trattava di far sentire la propria voce nella vita globale».

La sintonia politica emerge anche nella frase con cui Meloni prova a suggellare il rapporto con il mondo industriale: «Abbiamo dimostrato che anche partendo da posizioni diverse ci si può scoprire una squadra se l’obiettivo è mettere la nazione nelle condizioni migliori per affrontare le sfide di questo tempo».

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26 maggio 2026 ( modifica il 26 maggio 2026 | 12:19)