di
Andrea Laffranchi
Il cantautore presenta il suo ultimo disco live: «Nevergreen»
Meglio i 200 posti dell’Out Off, piccolo teatro nella periferia nord milanese, che i 10-15 milioni di Sanremo. Ne è convinto Francesco De Gregori che chiude ogni speculazione sul suo rapporto con il Festival. «Avevo 16-17 anni e avevo il sogno di fare il cantante e scrivere canzoni. Si uccise Tenco a Sanremo e giurai che lì non ci sarei mai andato, a nessuna condizione», ha raccontato il cantautore presentando la prosecuzione del progetto «Nevergreen (perfette sconosciute)» dedicato ai suoi brani meno conosciuti: un film diretto da Stefano Pistolini sull’esperienza all’Out Off del 2024 che sarà su Rai3 il 4 giugno, il lancio di un album live che uscirà a ottobre poco prima di un’altra doppia residenza, sempre all’Out Off e alla Sala Umberto a Roma in autunno.
«Le ho chiamate nevergreen con una parola inventata anche se ho capito che i mie fan talebani le conoscono tutte lo stesso. E’ un avvertimento per dire a quelli meno attenti di non aspettarsi La donna cannone, Rimmel o Generale”. Al “principe” piace pensarlo come un progetto «contro il gigantismo dell’industria musicale, un controcanto alla ricorsa dei grandi numeri: pure la parola sold out mi dà fastidio». Di album live in carriera ne ha pubblicati moltissimi, «ma non sono un bene primario, non impegno a nessuno l’acquisto: documento quello che accade ai miei concerti». Non è un modo per riempire le pause in attesa di un disco di inediti che non arriva dal 2012: «Sono anni che non sento più l’ispirazione ribollire dentro di me. Non è una questione di tecnica, potrei scrivere una canzone in un pomeriggio, ma di ispirazione».
Nemmeno le guerre che infiammano il pianeta e che in passato hanno trovato la sua penna al massimo della forma, sono uno stimolo: «Vivo con apprensione e dolore quello che vedo accadere. All’epoca non credo di aver previsto nulla, bastava guardarsi in giro per vedere massacri, guerre e ingiustizie». Non gli interessa nemmeno essere quello che sensibilizza il pubblico. «C’è bisogno che Springsteen dica la sua su Trump? E’ un ruolo che sento di non condividere. Non mi sento superiore al pubblico, non credo di poter dare lezioni su Gaza o l’Iran. Contengo moltitudini per dirla con Whitman. Non do lezioni e non le voglio nemmeno prendere da un cantante o da una persona di cinema. Se voglio imparare qualcosa piuttosto leggo un filosofo».
26 maggio 2026 ( modifica il 26 maggio 2026 | 16:02)
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