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Marracash in King Marracash, il docufilm frutto di un anno di collaborazione tra l’artista e Pippo Mezzapesa. Tra concerti, Milano (la Barona) e Nicosia. Foto Andrea Tafel/ufficio stampa

SE PER MOLTI, moltissimi, Marracash è davvero il King del Rap è per l’unione di più motivazioni. Il fatto che il suo famoso album del 2011 si intitoli proprio King del Rap è forse quella più evidente, ma allo stesso tempo quella meno convincente.

Infatti, molto più che questo suo autodefinirsi in questa maniera, è proprio la sua influenza sulle nuove generazioni a garantirgli questo titolo. Così come il fatto che non ci sia nessun altro, in Italia, che con le proprie rime sia riuscito a raccontare così tanto l’umano. Cosa c’è dietro a tutto questo? Lo spiega bene il docufilm King Marracash,

Il successo straordinario di King Marracash che resta nei cinema

Doveva essere un’uscita evento di tre giorni (25 – 27 maggio), invece il docufilm resterà nei cinema. A furor di pubblico, visto che ha debuttato con 22.000 euro in un giorno, volando in testa al box office. Più di Star Wars e Il diavolo veste Prada 2 (incassi di lunedì 25 maggio): in premio, il prolungamento dell’uscita. Non fino al 27 maggio, ma anche oltre…

La recensione di King Marracash, il docufilm su The King of Rap

Il docufilm con la regia di Pippo Mezzapesa arriva dopo un trionfale tour negli stadi italiani (il primo di un rapper) e dopo un concerto-evento nel suo quartiere milanese che è stato molto più di un evento “di popolo”. Il film – produzione Groenlandia in collaborazione con Disney+ e in associazione con Adler Entertainment – è il primo che ripercorre la sua carriera. E ci sono alcuni motivi per i quali non bisogna perderselo. Il docu inizia proprio dal backstage del concerto del 25 giugno a San Siro. In un attimo vediamo Fabio Rizzo (questo il suo vero nome) mentre si prepara e mentre ripercorre i momenti dello show (eravamo tra il pubblico e ve lo abbiamo raccontato). Il tutto condividendo momenti di carica e altri di tensione e ansia.

Le testimonianze di amici e collaboratori: Guè, Elodie, Massimo Recalcati

È molto interessante il mix che il regista propone all’inizio del docu, alternando momenti del concerto trionfale a Milano ad altri del suo backstage. Ma non solo. Marracash ripercorre alcuni momenti della sua vita prima solo personale e poi anche professionale, raccontando le svolte più importanti del suo percorso. E a ricordare alti e bassi sono stati coinvolti anche altri nomi, da Guè a Elodie. Ma anche Deleterio, Paola Zukar, Jacopo Pesce, Matteo Mancuso, Marz, Mirko Rizzo, Rame e Massimo Recalcati. Tutti amici o collaboratori che sono stati toccati dal suo talento e dalla sua urgenza comunicativa.

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Con Pippo Mezzapesa. Foto Lucia Iuorio/Ufficio stampa

Il ragazzo della Barona: «Non lo cambierei con nessun altro posto»

Nel docu-film Marracash ci porta nei suoi luoghi dell’infanzia, ai casermoni della Barona, quartiere della periferia di Milano che lo considera come un punto di riferimento. «Mio padre è sempre stato un po’ all’antica», racconta. «Un siciliano tutto d’un pezzo. Quando ero piccolo puliva l’esterno degli edifici. A un certo punto perse il lavoro, comprò un camion e ci rubarono pure quello». Quando suo padre si trovò disoccupato, sua madre decise di iniziare a fare le pulizie a casa di alcune famiglie, «comprese quelle di alcuni miei compagni di classe». Marracash ripercorre così i suoi inizi difficili. «Ricordo momenti di vergogna. I miei parlavano in dialetto, le elementari erano più eterogenee a livello di ceto sociale, quindi c’erano bambini un po’ fighetti… Quando avevo 10 anni abbiamo ricevuto uno sfratto esecutivo, vivevamo in una di quelle vecchie case di ringhiera, senza neanche i bagni in casa… Era molto fatiscente… Poi ci è stata assegnata una casa popolare in Barona. Non vorrei essere cresciuto da nessun’altra parte. Non lo scambierei con nessun altro posto».

Le immagini del Block Party, dedicato alla comunità che lo ha cresciuto

Tutto il racconto del suo legame con la sua Barona è importante. E grazie a questo docu-film percepiamo il patto che lui ha stabilito con la sua gente. E capiamo ancora meglio il motivo per cui ha deciso di creare il Block Party, concerto tenuto lo scorso 18 aprile proprio in Barona. Si è trattato di un live-evento dedicato alle sue origini e alla comunità che lo ha cresciuto. L’intero ricavato devoluto a progetti sociali e alla riqualificazione di spazi per i giovani del quartiere. Il docu-film si conclude con le immagini di questo evento enorme del quale possiamo conoscere la genesi, grazie a un momento filmato per il docu in cui Marracash riflette con la sua manager, Paola Zukar, sull’importanza di fare uno show accessibile economicamente per coloro per i quali lui scrive i suoi pezzi. «A volte ho la sensazione che i reali destinatari delle mie canzoni non possano permettersi di venire ai concerti».

Cosa ci dice King Marracash, il docufilm evento al cinema? Che Fabio Rizzo è molto più di The King of Rap- immagine 4

Sul set alla Barona, per il concerto evento nel suo quartiere. Foto Andrea Tafel/ufficio stampa

«La rabbia per me è diventata rabbia sociale»

Grazie a King Marracash scopriamo momenti importanti della sua adolescenza. «La rabbia per me è diventata rabbia sociale e anche appartenenza al quartiere, alle regole non scritte del mio quartiere», dice a un certo punto, approfondendo proprio la relazione con il quartiere Barona. Poi, il racconto degli inizi. «Sono da sempre appassionato di musica. Ero andato a comprarmi questo vinile di Hate Me Now di NAS. Nei b-side dei vinili c’erano le strumentali e avevo scritto questa strofa, la prima in assoluto che ho scritto, ed ero andato al muretto. Stando là avevo incontrato quello che adesso è Guè Pequeno, ma che allora era “il guercio”. L’avevo riconosciuto e gli avevo letto questa mia strofa. Mi aveva detto: “È una delle cose che mi abbiano mai letto”», ricorda Marra. Poi, da lì, gli inizi con i Dogo fino al momento in cui le etichette discografiche hanno iniziato a interessarsi del rap. «Intorno al 2008 c’è stata una campagna acquisti dalle etichette. C’è stata una corsa a firmare tutti. Io sono stato l’ultimo. Ho firmato con Universal e abbiamo lanciato Badabum Cha Cha».

Gli ultimi album di Marracash, una trilogia da brividi

Nel docu-film Marracash confessa: «Io volevo fare un rap popolare». E spiega: «È cambiato tutto da Persona (disco del 2019, ndr). La mia carriera andava bene anche prima. Avevo fatto dischi importanti, ma c’era una cosa che mancava. Un’identità unica. Io l’avevo già ma non era arrivata». La manager Paola Zukar aggiunge: «È stata quasi una crisi esistenziale». Guardate la clip in alto. Poi, il disco successivo Noi, loro, gli altri, con cui ha ottenuto la Targa Tenco 2022 come miglior disco in assoluto: «Lì ho raddoppiato». Ed È finita la pace del 2024, disco con cui chiude la triologia di Persona e Noi, loro, gli altri. «In quel disco lui si assume il ruolo scomodo di dirti cosa non va, e ti impone di prenderti la tua responsabilità», dice Zukar.

Marracash figlio a Nicosia, con la sua famiglia d’origine

È meravigliosa la parte del docu-film in cui Marracash va in Sicilia, a Nicosia. Ritrova la sua famiglia di origine, con la quale ha un legame molto forte. L’occasione è la cerimonia per il conferimento della cittadinanza onoraria della città. Nelle immagini a Nicosia vediamo un Marracash inedito, un Marracash figlio, che si confronta con i suoi genitori e che ricorda le estati passate lì, con i parenti e amici.

Uno scatto da King Marracash. Qui Marracash dialoga con i suoi genitori, a Nicosia. Credit: Lucia Iuorio

Marracash dialoga con i genitori, a Nicosia. Credit: Lucia Iuorio

«Della vita precedente rimpiango il potermi perdere tra la gente, di essere uno tra tanti, non essere visto, poter essere il ragazzino stralunato che ero una volta che camminava pensando ai cazzi suoi. Questo è il prezzo che paghi facendo il mio mestiere», si confessa.

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Ma l’artista da miliardi di stream, 1 disco di Diamante, 132 dischi di platino, 34 dischi d’oro parla anche dei suoi momenti di down. «La mia testa non si spegne mai, i momenti morti mi distruggono. Non devo avere tempo di pensare troppo, altrimenti arriva la depressione. Per un insonne come me questo è un problema. Ho cominciato a prendere sonniferi per correggere la mia attitudine da gufo, ma nel frattempo ne sono diventato dipendente», racconta. E dichiara: «Non cerco mai di distrarmi dal dolore, di scappare. Il dolore lo vivo tutto, sempre, fino in fondo, lascio che mi consumi. Però ne traggo qualcosa, ne ricavo una lezione, o una canzone». È qui il centro di tutta la sua produzione, e anche della sua unicità di cui parlavamo all’inizio di questa recensione. A rendere Marracash unico sono la sua completa sincerità e autenticità, entrambi elementi che lo costringono a scrivere solo ciò che vive, forte, sulla propria pelle. Abituandosi a raccontarsi con talmente tanta cura, attenzione, capacità critica, verità, riesce a raccontare alti e bassi di tutti. Soprattutto quelli della sua gente. È il King del Rap, certo. Ma, ad ascoltare come riesce a entrare con coraggio nelle meraviglie e nelle meschinità di tutti, capiamo che è molto di più.