di
Alessandra Arachi
I mal di pancia, pur esistenti, non vengono dichiarati. Almeno non ufficialmente
Non è un clima da resa dei conti. Per adesso. I malumori ci sono, ma la minoranza riformista sembra pronta a lavorare pancia a terra per portare a casa i ballottaggi. In casa Pd c’è amarezza, certo, per i risultati delle elezioni che sono venuti fuori lunedì. Quel voto di Venezia pesa, tanto, con i sondaggi interni che davano una forchetta che neanche abbracciava il 50%.
I mal di pancia, pur esistenti, non vengono dichiarati. Almeno non ufficialmente. E non adesso. Per quella sfida che la segretaria Elly Schlein ha lanciato da Venezia alla premier Meloni si alza forte e quasi isolata la voce di Pina Picierno: «È stato sbagliato considerare l’esito referendario come il sol dell’avvenire. Quella di Venezia è stata una bolla autoriferita, c’è bisogno di riportare sulla terra chi aveva preso il volo».
Giuseppe Sala, sindaco di Milano, si fa ecumenico: «Il voto di Venezia sarà infelice ma può insegnare qualcosa». Mentre Alessandro Alfieri getta acqua sul fuoco: «Venturini aveva un consenso storico a Venezia. E voglio vedere il bicchiere mezzo pieno. Siamo andati bene in Emilia, Toscana, Campania. Anche se sul caso De Luca, che ha vinto senza il simbolo del Pd, non possiamo nasconderci dietro un dito».
Giorgio Gori scaccia via il pessimismo: «Se leggo il risultato su sei milioni di votanti direi che siamo finiti in pareggio. Il voto di Venezia era molto radicato nel territorio: il 30% solo per la lista civica di Venturini». Gori è un esponente di punta del riformismo del Pd e a chiedere previsioni sul futuro risponde: «Dipende da quanta cittadinanza avremo. Dipende se la segretaria avrà la capacità di fare sintesi di idee che non sono solo le sue».
Stefano Bonaccini, presidente del partito, va dritto al punto: «Non vinceremo le elezioni parlando di Meloni da mattina a sera». Poi si sofferma in analisi: «Mi sono guardato i dati questa notte, è un dato molto migliore anche di come lo si sta raccontando. Quindi io non ci vedo nulla che cambi la prospettiva verso le politiche del prossimo anno, né a favore né a sfavore. Ma attenti: siamo sciagurati se parliamo adesso di primarie».
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Sandro Ruotolo è contento per la Campania, soprattutto per l’elezione di «due sindache a Melito di Napoli e a Ercolano un risultato bellissimo», dice. E cerca di disseminare ramoscelli d’ulivo: «Parlo ai cattolici del mio partito, lo sono anche io e sono convinto che dobbiamo riscoprire insieme i valori. Quello che non vorrei succedesse più sono le piccole riunioni isolate. Non voglio più il politichese del cattolicesimo».
Filippo Sensi alza lo sguardo e riflette: «C’è stata una frenata nell’affluenza rispetto al referendum. Eppure in questo caso si andavano a votare sindaci, una rappresentanza concreta. Questo ci deve far pensare. Questi risultati ci spingono a sudare, lavorare. Soprattutto abbandonare l’idea di un lungo piano inclinato che ci avrebbe portato dal risultato del referendum alle elezioni politiche».
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26 maggio 2026 ( modifica il 27 maggio 2026 | 08:31)
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