di
Aldo Grasso

La narrazione del programma in onda su Rai3 si trasforma in un processo sommario, dove l’interlocutore viene braccato e apostrofato con imperio

Il palinsesto televisivo italiano trova la sua quota più ansiogena in «Indovina chi viene a cena» di Sabrina Giannini (Rai 3). Guardando il programma, si ha la netta sensazione che le piaghe del mondo gravino interamente sulle nostre spalle, che i disastri planetari siano il diretto riflesso della nostra indifferenza e che, in fondo, ogni pandemia non sia che una giusta punizione.

Il punto non sono i temi trattati. È legittimo che il giornalismo d’inchiesta squarci il velo sul caffè defecato dagli zibetti, o che sveli i retroscena della filiera del lusso per scardinare il mito secondo cui un prezzo esorbitante equivalga al rispetto dell’ambiente e dei lavoratori. Forse è persino giornalismo inseguire come un gendarme un veterinario dai dubbi scrupoli etici nella gestione dei cuccioli. Forse.



















































Il vero limite emerge quando la conduttrice indossa le vesti del «giustiziere della notte» del servizio pubblico. La narrazione si trasforma in un processo sommario: l’interlocutore viene braccato e apostrofato con imperiosi «Lei ha il dovere di rispondere». Si assiste così alla requisitoria contro Jovanotti, accusato di aver devastato gli ecosistemi costieri, o alla chiamata alla guerriglia alimentare — se non a una vera e propria class action — contro una celebre crema spalmabile alle nocciole (di recente giunta persino a bordo della capsula Orion per la missione Nasa) a causa dell’uso dell’olio di palma.

Fino alle sistematiche crociate contro le multinazionali del lusso. Di fronte a questo tribunale mediatico, noi spettatori veniamo privati di qualsiasi presunzione di innocenza.

Mentre la trasmissione scorre, l’unica postura concessa a chi guarda sembra essere quella del penitente che si cosparge il capo di cenere. L’approccio di Sabrina Giannini fa leva su una studiata drammatizzazione: musiche incalzanti, ritmo vocale serrato e un uso sistematico di domande retoriche volto a scuotere lo spettatore. Tuttavia, come spesso accade nel moralismo televisivo, la presunta superiorità etica finisce per essere brandita come una clava politica. Dietro la maschera della purezza, purtroppo, si cela quasi sempre la tentazione assolutista di imporre una visione ideologica del mondo.

27 maggio 2026