di
Guido Olimpio
Le proposte e le smentite moltiplicano le incognite. Washington e Teheran non avrebbero voglia di riprendere la battaglia, ma hanno messo in conto che potrà accadere
Una volta sono gli americani, il giorno dopo tocca agli iraniani. Le parti diffondono bozze di accordo, poi arrivano le smentite, le contro smentite, le interpretazioni.
È difficile mettere la parola fine alla crisi senza poter mostrare o vantare dei risultati, anche se in qualsiasi caso servirà del tempo per capire se l’intesa resisterà e se sarà applicata concretamente. Sono tanti i venti contrari sulle rotte del Golfo e la sfida è sempre agganciata alla guerra in Libano dove Israele martella in modo incessante sugli Hezbollah filo-iraniani e allarga le operazioni. L’Iran, all’opposto, non vuole abbandonare i guerriglieri, il miglior alleato del cosiddetto Asse della Resistenza. Chiede che qualsiasi soluzione includa la questione libanese.
Gli esperti, tra cautele e distinguo, insistono su alcuni punti tenendo conto delle giravolte di Trump e delle tattiche dilatorie degli ayatollah.
Washington e Teheran hanno poca voglia di riprendere la battaglia a tutto campo però hanno messo in conto che ciò possa accadere. Pur con prospettive diverse. The Donald potrebbe ordinare nuovi strike, magari più pesanti, ma in un arco temporale limitato. Nel mirino le infrastrutture della Repubblica islamica. Tuttavia, ribattono gli osservatori, sembra arduo che possa piegare un regime ormai abituato a sopravvivere e rilanciare.
Servirebbe un impegno bellico prolungato — aggiungono — dove sono più le incognite che le certezze. E tra poco inizierà negli stadi nordamericani il Mondiale di calcio. Inoltre, i pasdaran hanno già promesso una reazione oltre il teatro regionale, il che fa temere una riedizione delle imboscate degli Houthi in Mar Rosso, con conseguenze globali. A pagare di nuovo un prezzo severo potrebbero essere le monarchie sunnite, un bersaglio relativamente vicino ed allarmato. Al tempo stesso, gli iraniani subirebbero distruzioni importanti con grande impatto sociale ed economico.
Ormai è chiaro che l’Iran non vuole perdere l’arma migliore del suo arsenale: il controllo di Hormuz. E sta manovrando per conservarlo facendo sponda con l’Oman, l’altro «casellante» dello Stretto. C’è chi ipotizza il rinforzamento di un patto commerciale con Muscat: i vincoli sono storicamente forti e il Sultanato si è sempre ritagliato il ruolo di «amico di tutti». In questo caso potrebbe persino tentare di offrire (ipotesi di analisti) la sua «piazza» quale alternativa (parziale) a Dubai. Da anni i mullah trafficano negli Emirati in modo lecito e illecito, disponevano di molte società utili per le triangolazioni o per aggirare l’embargo. Solo che il conflitto ha lasciato ferite profonde, Abu Dhabi non ha nascosto il suo appoggio ad una nuova offensiva. Siamo, al solito, in una cornice ambigua, con cose dette in pubblico e altre lasciate ai canali riservati. Esiste spazio per negare l’evidenza.
L’approccio di Teheran con i dirimpettai dell’altra riva non si ferma agli affari. C’è in ballo la presenza delle forze Usa, la rete di basi, gli avamposti radar e dell’intelligence. I pasdaran, colpendo le installazioni, hanno dimostrato di poter raggiungere il nemico, lo scudo americano è servito solo a contenere la minaccia. Non l’ha sventata. Ed ecco che gli iraniani auspicano un nuovo ordine nello scacchiere dove, nei loro auspici, dovrebbe esserci una riduzione del dispositivo del Pentagono. Intanto il Comando Centrale ha spostato unità nel caso Trump dia un ordine di attacco.
Restano infine le incognite sul nucleare, passato nelle scorse settimane in secondo piano, e la Casa Bianca ha anche dimenticato la lotta degli oppositori iraniani. La famosa promessa «stiamo arrivando» lanciata dal presidente statunitense durante la rivolta non ha cambiato il quadro. La repressione è proseguita, tante le esecuzioni, ampio il contrasto del dissenso a qualsiasi livello per evitare sorprese.
28 maggio 2026 ( modifica il 28 maggio 2026 | 07:41)
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