Bologna, 27 maggio 2026 – A dieci anni dalla scomparsa di Umberto Eco, il suo pensiero continua a interrogare il presente. I tantissimi giovani che questa mattina affollano le aule dell’Università di Bologna per lui, quelle che lui stesso considerava casa, ne sono la testimonianza. “Cosa direbbe dell’intelligenza artificiale? Che è stupida, nel senso che ci dice molto sugli spazi che restano all’umano”, osserva Riccardo Fedriga, professore associato di Storia delle idee all’Unibo, nel corso del convegno scientifico internazionale “Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo”, organizzato dall’ateneo e dal Centro internazionale di Studi umanistici Umberto Eco.

Umberto Eco e l’AI
E proprio il rapporto con il digitale dimostra quanto Eco fosse capace di anticipare il futuro. “Eco era interessatissimo al mondo digitale. Parlava di tre memorie: la memoria vegetale dei libri, organica degli uomini e digitale, quella del silicio. Interessante chiedere all’AI cosa avrebbe pensato Eco dell’assistente virtuale. Ci abbiamo provato e ha naturalmente risposto in modo positivo”, aggiunge il professor Roberto Vecchi, coordinatore del Centro internazionale di studi umanistici Umberto Eco.
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“Il tratto di penna rivelava un pensiero senza esitazioni”
“È stato un profeta, voleva che si depositasse la polvere sui suoi studi – dice Fedriga -. E oggi tantissimi giovani sono venuti qui, nella sua università, a parlare di lui. Un ricordo personale è legato al rigore con cui correggeva in continuazione e personalmente tutti gli scritti. Il tratto di penna rivelava un pensiero che non conosceva esitazioni”.

Il primo convegno internazionale dedicato al’eredità culturale di Umberto Eco
“Continua a produrre domande”
Attraversava discipline e linguaggi differenti. “La sua eredità è straordinaria: tutte le sue creazioni accademiche, il Dams e gli altri centri di ricerca, il suo genio, l’interdisciplinarità. Studiava la metafisica, la teologia, i fumetti, la pluralità di aspetti culturali della conoscenza. Una rarità”, sottolinea Jean Petitot (École des hautes Études en Sciences Sociales di Parigi). Il tema dell’eredità ha condotto l’incontro: una riflessione aperta sulla capacità di continuare a produrre domande. Continua a farlo tra gli studiosi delle discipline più diverse, tutte accomunate dall’aver “masticato a lungo” il pensiero dell’autore de “Il nome della rosa”.
“Eco è diventato un classico”
“Oggi non ci sono solo gli allievi di Eco, ma gli allievi degli allievi. Questo significa che il suo pensiero è diventato un classico”, conclude Claudio Paolucci, allievo di Eco e professore ordinario di Semiotica all’Università di Bologna.