Mi è sempre piaciuto l’aggettivo gargantuesco. Succede raramente di poterlo usare in una frase, come chiosava Elle Driver — e l’uscita di Kill Bill: The Whole Bloody Affair nelle sale italiane casca come l’angostura in un cocktail Manhattan: precisa, necessaria, capace di cambiare tutto il sapore con una sola goccia. Sette giorni soltanto, dal 28 maggio al 3 giugno, grazie a Plaion Pictures e Midnight Factory. Poi basta. Il cinema bigger than life si riserva questa prerogativa: arrivare e andarsene come i treni nella notte.
A proposito di treni: aveva ragione Truffaut. «Non ci sono intoppi nei film, non ci sono rallentamenti. I film vanno avanti come i treni, capisci? Come i treni nella notte.» Il quarto film di Quentin Tarantino ne è l’esempio più abbacinante. Duecento ottantuno minuti — quattro ore e quarantuno, per chi preferisce i calcoli — e confesso che ho visto pellicole di ottanta minuti che a causa della noia mi sono sembrate lunghe quanto Logistics, il documentario svedese del 2012 che dura 857 ore. Invece questi 281 minuti sono volati leggeri come una nuvola in calzoni: merito di un montaggio affilato quanto una katana forgiata da Hattori Hanzō, tra cambi di tono e colore, fusione dei generi, alternanza dei ritmi. Sally Menke, montatrice storica di Tarantino scomparsa nel 2010, firma qui forse il suo lavoro più virtuoso.
E il film non ha perso un minuto. Non ha preso una ruga. Anzi, rivederlo oggi dimostra quanti epigoni — tipo il pittore Scorcelletti, Antonio De Curtis in Totò, Eva e il pennello proibito — si siano prodigati per imitarlo, senza ottenere i medesimi risultati. Vale la massima che Umberto Eco dedicava ai libri: un classico è quello che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Rivisto sul grande schermo, Kill Bill: The Whole Bloody Affair continua a parlare, e dice cose che alla prima visione non avevi sentito